THE PILLS SEMPRE MEGLIO CHE LAVORARE

Italia, 2016 Regia Luca Vecchi Con Matteo Corradini, Luigi Di Capua, Luca Vecchi, Giancarlo Esposito Sceneggiatura Luca Ravenna, Matteo Corradini, Luigi Di Capua, Luca Vecchi Produzione Pietro Valsecchi Distribuzione Medusa Durata 1h e 30′

In sala dal 

21 gennaio

Oltre la sindrome di Peter Pan. Luca, Luigi e Matteo hanno trent’anni (più o meno), legati sin dalle elementari e convivono nello stesso appartamento. Un pensiero unico e costante li lega e li motiva, ideologicamente, socialmente ed emotivamente: non crescere mai, perché “tutto è meglio che lavorare”. Eppure il sodalizio si incrina: Luca sbanda e sogna di metter su un bangla, ovvero un mini-market di quelli destinati agli immigrati from India e zone limitrofe. Intanto Matteo fantastica in modi sempre più estremi e Luigi sprofonda in piena crisi depressiva-anagrafica.

New idoli del web poi slittati in tv, Luca Vecchi (anche regista), Matteo Corradini e Luigi Di Capua approdano sul grande schermo grazie all’intervento di Pietro Valsecchi che, dopo Zalone, i Soliti Idioti e Pio e Amedeo, punta a fare poker dando spazio a nuovi volti, nuovi umori e nuova (o no?) comicità. Costruito a sketch-striscia, Sempre meglio che lavorare pare quasi una dichiarazione di poetica, affastellata, entusiasta e caotica, giustificabile almeno per età e inesperienza. I riferimenti principe sono il cinema (più un Carmelo Bene tirato in ballo sino allo sproposito), l’accidia esistenziale autoreferenziale, sempre presente quando si tratta di un ritratto generazionale anche quando vuole essere feroce (a partire dal lontano Nanni Moretti dei ’70, non si contano più gli affreschi masochisti ombelicali), per finire con la critica alle ritualità della tribù metropolitana. La cifra narrativa è il paradosso, si cita una situazione nota e riconoscibile e la si rovescia nell’assurdo (dalle cene in famiglia, agli incontri di lavoro alla Tarantino, alla camera a mano sulle terga di una fanciulla che ci porta a un party tipo). Quel che è evidente è che il trio ha studiato tanto cinema (non solo i pop-corn movie), che punta comunque a dipingere un quadro morale, anche se lo nasconde nella volgarità vernacolare (versione Testaccio) di molti dialoghi, con varie sparate (dall’ironia più o meno riuscita) filosofiche: “aveva passato la vita a glissare le responsabilità, ora le responsabilità chiedevano di lui”. Insomma possono indisporre, soprattutto al di qua del Po, ma “i tre regà” non sono dei cazzari super-montati da liquidare con sufficienza. Il talento dell’osservazione arguta c’è, la voglia di non riciclare le gag più italiche, televisive e stantie anche. Sul grande schermo occorrerà rivederli.

Massimo Lastrucci

 

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