SanPa, recensione della prima docuserie italiana Netflix

La storia di San Patrignano e di Vincenzo Muccioli, uno spaccato di storia d’Italia e di un uomo controverso e misterioso

sanpa recensione

SanPa, luci e tenebre di San Patrignano, è la prima docu-serie originale Netflix italiana. Nella nostra storia relativamente recente, più che di delitti, serial killer o scandali di vario genere, era forse questa la cosa migliore da cui cominciare per raccontare l’Italia.

Per chi li ha vissuti già in età consapevole, negli anni Ottanta e Novanta San Patrignano si pronunciava almeno una volta al giorno. Era un piccolissimo, minuscolo pezzo del nostro paese che valeva come stato a sé, quanto un Vaticano più che un San Marino. Vincenzo Muccioli, il fondatore della comunità per il recupero dei tossicodipendenti, era considerato un santo, un imbroglione, un papa e soprattutto un papà, per le centinaia di ragazzi e ragazze che erano i suoi figli adottivi.

L’importanza di San Patrignano la si può capire bene facendo un passo indietro, dalla metà degli anni Settanta in poi, quando le città iniziarono a popolarsi di giovani morti viventi annichiliti dall’eroina, arrivata come un’inondazione nelle piazze dello spaccio. Le madri non portavano più i bambini al parco, diventati cimiteri di siringhe, decine di migliaia di famiglie italiane erano devastate da questa piaga. Avere un tossico in casa significava sofferenza, furti, violenza, e lo Stato non era in grado di gestire tutto questo.

Finché un giorno non arriva Vincenzo Muccioli, strano e controverso personaggio, ex albergatore, di cui si dicevano non belle cose, che a un certo punto della sua vita decide di accogliere questi ragazzi perduti nella sua fattoria su una collina a pochi chilometri da Rimini. Nasce così San Patrignano, era il 1978 quando la prima ospite venne accolta da Vincenzo.

Il resto è storia, nel vero senso della parola

SanPa la racconta con dovizia di particolari, da quei giorni in cui Muccioli si trovava a curare questa prima giovane sfortunata, fino al 19 settembre del 1995, quando il fondatore morì. San Patrignano è ancora viva e continua a ricevere persone con i più diversi problemi di dipendenza, di modi per farsi male se ne trovano sempre di nuovi. Nel frattempo la fattoria è diventata una città stato, che produce vini di qualità, alleva cavalli di razza, si autosostiene con quello che coltiva, con i suoi animali, la sua manifattura.

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Tante luci e anche molte ombre, come recita il titolo della docu-serie diretta da Cosima Spender, regista italo-britannica che si era fatta notare nel 2015 con il documentario Palio, scritta da Carlo Gabardini, Paolo Bernardelli e Gianluca Neri, quest’ultimo anche produttore con Nicola Allieta, Christine Reinhold e Andrea Romeo. La storia di Muccioli e San Patrignano è  molto controversa, ricca di polemiche che nel corso degli anni hanno travolto la comunità.

Si racconta tutto questo in SanPa

Molto di più, attraverso le testimonianze di chi era nella comunità per farsi salvare e che anche grazie a questo può oggi raccontare la sua verità. Detrattori e non dell’opera e del sistema San Patrignano, come ogni buon documentario dovrebbe fare. Figure chiave, come quella di Fabio Cantelli, ex responsabile della comunicazione della comunità, ma prima ancora ospite, uno straordinario personaggio shakesperiano.

Così come Andrea Muccioli, figlio di Vincenzo e suo successore fino al 2011, che racconta la storia di suo padre con orgoglio e dolore, anche quello di avere dovuto dividere il suo amore con quello di altre migliaia di figli. E poi c’è chi di San Patrignano racconta il male nascosto, ma anche giornalisti, amici della comunità come Red Ronnie, che ne fu biografo costante, magistrati e psicologi.

Venticinque interviste che si intrecciano nel corso di cinque puntate e poco meno di sei ore, legate da una quantità enorme d’archivio, selezionato e cesellato da oltre 500 ore di materiale dai quattro montatori, una squadra supervisionata da Valerio Bonelli, già assistente di Pietro Scalia e oggi montatore di registi come Joe Wright e Stephen Frears. Manuela Lupini, Tommaso Gallone e Francesca Sofia Allegra hanno dato vita a questo magma rendendolo vivo e pulsante, riuscendo nel doppio intento di raccontare la nascita di una città, ma soprattutto l’impotenza di una nazione, segnata in quegli anni già profondamente dal terrorismo e dalla crisi economica, che ha preferito delegare la soluzione di un problema a qualcun altro.

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SanPa è la storia di questo qualcun altro, citando un bellissimo romanzo di Kipling un uomo che volle essere re, e che forse a un certo punto della sua vita si è sentito anche qualcosa di più. Muccioli era un santo, dicono molti, o un imbroglione, dicono altri. I fatti dicono che per dieci anni chiunque ne volesse un pezzo di Vincenzo, e quello che ha fatto in vita è ancora lì su La Collina. La sua eredità sono anche i figli e nipoti di chi entrò a San Patrignano da morto e ne è uscito da vivo. E purtroppo, anche di chi da SanPa non è mai più uscito, sia morto che vivo.

GUARDA IL TRAILER UFFICIALE DI SANPA, LUCI E TENEBRE DI SAN PATRIGNANO

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