A CANNES “L’ULTIMA SPIAGGIA” D’EUROPA CHE DIVIDE UOMINI E DONNE CON UN MURO

L’ultima spiaggia che vedremo a Cannes, unico film italiano nel programma delle Proiezioni Speciali fuori concorso, è lo stabilimento “Pedocin”, un fazzoletto di costa nel centro di Trieste diviso a metà da un muro che separa i bagnanti uomini dalle donne, così com’era consuetudine sotto l’Impero Austro-ungarico del quale la città faceva parte. Discriminazione mal sopportata? Affatto: sono gli stessi bagnanti a volere che la tradizione continui. A condividere con loro un anno intero (anche d’inverno, perché lo stabilimento è frequentato 12 mesi su 12), immergendosi in quella comunità a volte bizzarra di umanità varia, sono stati i registi Davide Del Degan, triestino, già vincitore di premi importanti coi suoi cortometraggi come il Golden Globes per Interno 9 e il Nastro d’Argento per Habibi, e Thanos Anastopoulos, cineasta greco (Atlas, 2004, passato al Festival di Rotterdam, Correction, 2008, e The Daughter, 2013, entrambi al Festival di Berlino), triestino per amore della compagna e del figlio. Il film è coprodotto da Mansarda Production (Italia), Fantasia Ltd (Grecia) e Arizona Productions (Francia) con Rai Cinema e con il supporto del Fondo Audiovisivo Fvg per lo sviluppo e di Friuli Venezia Giulia Film Commission. 

Thanos Anastopoulos e Davide Del DeganLe divisioni di un muro, l’orizzonte senza limiti del mare: sembrano elementi antitetici eppure sono parte della natura dei triestini, che sul confine hanno passato una vita intera. «Quando mi sono trasferito a Trieste sono rimasto sorpreso del fatto che esistesse una spiaggia del genere, divisa da un muro», dice Anastopoulos. «Andarci con mio figlio piccolo però mi riportava alla mia infanzia sulle spiagge di Atene, con mio padre che ci andava ogni weekend, inverno ed estate, insieme agli amici: si era creata una sorta di comunità di bagnanti. Ed era proprio così: uomini con uomini e donne con donne. Quella spiaggia triestina quindi è stato un modo per ritrovare una traccia della mia identità e della mia cultura. Il muro stesso, poi, porta una storia: non solo differenzia uomini e donne, ma è il segno di un’altra età, quella dell’Impero Austro-ungarico, poi quella del confine con la ex Jugoslavia. In un certo senso questo muro è diventato una metafora della Storia. Nel 2013, quando abbiamo cominciato a girare, mi dicevo: in Europa tutti i confini sono spariti, questo muro sarà l’unico rimasto. E invece adesso, nel 2016, mettono di nuovo dei muri intorno a noi».

L’ultima spiaggia, però, è soprattutto un film sulle persone, un ritratto umano di un gruppo di bagnanti che, attraverso le loro storie personali, ci dicono qualcosa anche della Storia europea degli ultimi anni. Anastopoulos e Del Degan hanno unito gli sguardi quando hanno scoperto di avere entrambi la voglia di fare un film su quel pezzo di spiaggia con un’idea ben precisa: niente interviste, solo osservazione della realtà. «Ci interessava fare un film sull’umanità di questo spazio “protetto” dal muro, dove le persone sono davvero spogliate dagli indumenti e gli elementi che li rappresentano nella vita e danno loro una qualifica culturale e sociale. In quello spazio, si comportano solo da esseri umani, anche con tutte le loro bizzarrie», dice Del Degan.

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