ETTORE SCOLA: ADDIO AL MAESTRO DEL CINEMA ITALIANO

Ci ha lasciati l’autore che con i suoi capolavori, da C’eravamo tanti amati a La terrazza, ha segnato la storia del cinema italiano, grazie ad una rara capacità creativa accompagnata da una delicata attenzione alle sfumature dei suoi personaggi

Ettore Scola La memoria vive di emozioni e di immagini. Ricordare Ettore Scola quando ti arriva all’improvviso la notizia della sua scomparsa crea una specie di ingorgo emotivo in cui si affollano tutti insieme dichiarazioni, pezzi di film, personaggi e fotografie accanto ai “suoi” attori, quelli della commedia all’italiana che è scomparsa da tempo e che ora non c’è veramente più. Con altri suoi colleghi come Risi, Monicelli, Lattuada e Comencini, Scola (nato nel 1931 a Trevico, provincia di Avellino) ha raccontato l’Italia che dopo la guerra si è rimessa in moto, si è illusa con il boom economico e poi ha conosciuto la crisi (allora la si chiamava “congiuntura”) e il terrorismo. L’ha fatto stando a contatto con la gente e scegliendo più volentieri il registro ironico per mettere in evidenza, a volte con affetto altre con cattiveria, i nostri difetti e le nostre manie. Un modus operandi confermato in un’intervista in cui, parlando de Il sorpasso (1962) di Dino Risi (con Antonio Pietrangeli il regista con cui Scola ha più collaborato come sceneggiatore insieme all’inseparabile Ruggero Maccari), sottolineava: « L’ottica con cui abbiamo guardato la società del benessere e che si ritrova anche in molta commedia italiana di quel periodo, faceva parte della nostra formazione. Intendo il Marc’Aurelio (giornale satirico in cui Scola mosse i primi passi, ndr), dove si “inventava” proprio dalla realtà, dalle notizie sui quotidiani, dall’osservazione su ciò che c’era intorno ».

 La Terrazza
La Terrazza

A testimoniare questa crescente capacità di analisi, unita alla sua fulminante applicazione sotto forma di sceneggiatura, resta l’esperienza per il film Il gaucho (1964), sempre di Risi. Il regista era stato l’anno prima ospite al festival di Mar del Plata in Argentina e aveva intenzione di tornarci per una vacanza. Visto che in Sud America Vittorio Gassman era molto noto e Nino Manfredi stava portando in turné a Buenos Aires Rugantino, a Risi venne in mente di raccontare la storia di una trasferta di attori e registi italiani in quella terra. Tutto qui: il film non esisteva proprio, ma prese vita dal nulla grazie a Scola che si confinò in una stanza d’albergo a scrivere giorno dopo giorno le scene da girare.

 

C'eravamo tanto amati
C’eravamo tanto amati

A questa sua innata capacità creativa si è sempre accompagnata una rara acutezza nel realizzare i dialoghi e una delicata attenzione alle sfumature psicologiche dei personaggi. L’esempio perfetto in questo senso è rappresentato da C’eravamo tanto amati (1974), il suo capolavoro, in cui la Storia di trent’anni di vita italiana fa da sfondo alla storia personale dei protagonisti. Idealisti o corrotti, prevaricatori o sconfitti sono tutti guardati da Scola con una profondità e un affetto rari nel cinema italiano. Sono tanti i film importanti da lui diretti, dopo l’esordio dietro la macchina da presa con Se permettete parliamo di donne nel 1964 e molti di loro resteranno come patrimonio indimenticabile del nostro cinema. Tra questi: Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? (1968) mette alla berlina l’arroganza dei borghesi arricchiti nel terzo mondo; Il commissario Pepe (1969) osserva con amarezza le ipocrisie e lo squallore della provincia; Brutti, sporchi e cattivi (1976) sottolinea con asprezza le nefandezze della vita degradata delle borgate romane; Una giornata particolare (1977), abbandonati i toni della commedia, porta alla luce il dramma di due anime sole e dimenticate nell’Italia del fascismo; La terrazza (1980) smonta e rimonta rapporti complessi e conflittuali di alcuni intellettuali romani; Ballando ballando (1983) si lancia in una cavalcata senza parole ma in musica su 50 anni di storia francese; La famiglia (1987) ricostruisce con passione e nostalgia appassionata 80 anni della vita di una famiglia della borghesia romana; Concorrenza sleale (2001) ritorna nell’Italia del fascismo riflettendo sulle persecuzioni antisemite attraverso la rivalità di due negozianti. Significativo poi che il suo ultimo lavoro sia stato il documentario Che strano chiamarsi Federico (2013), ritratto-omaggio di Federico Fellini, di cui Scola fu grande amico e che citò proprio in C’eravamo tanto amati. Un film che ricorda il percorso artistico del più famoso regista italiano della storia e che chiude simbolicamente quello di un maestro e di una stagione (forse) irripetibile del nostro cinema.

Valerio Guslandi

 

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