EVOCARE L’ORRORE DELLA GUERRA: VINCENZO MARRA RACCONTA “I PONTI DI SARAJEVO”

I Ponti di SarajevoA cento anni da quel fatidico 28 giugno 1914 che ha cambiato il profilo di un’Europa tale solo nei confini geografici, Jean Michel Frodon, ex direttore dei Chaiers du Cinéma e critico cinematografico francese, ha chiamato all’appello tredici registi lontani per nazionalità, sesso e visione filmica, per raccontare, con stili e storie molto distanti le une dalle altre, la città di Sarajevo dal 1914 ai giorni nostri. Quel fazzoletto di terra, crocevia di religioni e culture diverse, teatro di una della pagine più brutali della nostra storia recente, viene immortalata da più angolazioni, muovendosi costantemente tra presente e passato, tra taglio documentaristico e fiction, fino alla ricostruzione storica, denunciando, omaggiando e raccontando le tante realtà che hanno caratterizzato Sarajevo partendo proprio dai suoi ponti, evocati già nel titolo e rappresentati nel film collettivo sotto forma di animazione, curata da François Schutten e Luís da Matta Almeida, e collante tra un segmento e l’altro. Presentato fuori concorso a Cannes 2014 nella sezione Special Screenings ed in programma alla prossima edizione del Festival del Cinema di Sarajevo, il film, vede tra i tanti registi del calibro di Jean Luc Godard e Aida Begic, due cineasti italiani, Leonardo di Costanzo e Vincenzo Marra. Di Costanzo, già regista dell’acclamato L’intervallo, ambienta il suo segmento, L'avampostoL’Avamposto, durante la Grande Guerra, mostrando l’insensatezza del conflitto grazie alla figura di un soldato che si rifiuta di scendere in campo, denunciando l’impreparazione bellica di un esercito costituito da contadini ed operai mandati a combattere per un’idea di patria a loro ignota. Vincenzo Marra, invece, ne Il Ponte, evoca un’altra pagina dolorosa della storia della città, l’assedio che ha stretto in una morsa di dolore e crimini la città di Sarajevo e la fuga di un’ampia fetta della popolazione dalla propria terra. Abbiamo intervistato il regista di Tornando a casa e Il Gemello in occasione dell’anteprima romana del film, distribuito grazie al lavoro capillare del Milano Film Network.

Prima di addentrarsi nel progetto, iniziando la stesura della sceneggiatura, quanto conosceva di Sarajevo? Com’è stato lavorare sotto la direzione artistica di Jean-Michel Frodon, direttore d’orchestra di questo film collettivo dedicato alla memoria di una pagina recente della nostra storia?
Sono stato nell’ex Jugoslavia prima, quasi a ridosso e dopo la guerra. Il conflitto balcanico mi ha sempre interessato da quando purtroppo scoppiò e a Sarajevo sono stato in più tappe della mia vita. Diciamo quindi che non era per me un tema nascosto, anzi, l’ho studiato molto a lungo. Conoscevo tutte le differenze etniche, religiose, politiche, sociali, economiche della città. Frodon poi aveva seguito il mio percorso, quindi, quando gli è stato chiesto di stilare una lista di cineasti europei, ha fatto il mio nome. Mi ha chiamato e sono stato molto lieto di accettare. Dopodiché mi è stato subito detto che avrei avuto la possibilità di girare a Sarajevo. Ho pensato che molti miei colleghi avrebbero girato lì quindi mi è venuta l’idea di raccontare Sarajevo lontano da Sarajevo.

Il PonteInfatti Il Ponte si basa sull’evocazione. Dapprima viene evocata la fuga, poi gli orrori dell’assedio ed il lutto, fino all’accenno ai diversi culti che caratterizzano Sarajevo, grazie alla storia personale dei due protagonisti. Racconta una città senza mostrarla. In che modo ha lavorato su un’assenza che si fa prima ricordo e poi presenza “ingombrante” con la quale confrontarsi?
L’idea mi è venuta quando ho scoperto che ci sono ancora sei milioni di bosniaci in giro per il mondo e che vivono una delle tante diaspore del mondo dimenticate. Mi sembrava giusto raccontare la storia di queste persone, bosniache, ma sparse per il mondo con comunità che vanno dal Canada all’Australia. Dopo aver scritto la sceneggiatura, poi, ho scoperto che molto di quello che avevo scritto era vero, e cioè che molti di loro sono scappati dalla guerra ma anche per il fatto di essere coppie miste. Prima della guerra la Bosnia rappresentava un miracolo a cielo aperto nel cuore dell’Europa dove culture e religioni differenti convivevano, cosa che oggi sembra impossibile. Quando scoppiò il conflitto queste coppie, per non doversi separare, spinte anche dalle loro famiglie, sono scappate, non solo dalle atrocità ma anche dall’odio inspiegabile di persone che fino al giorno prima erano loro amiche. Inoltre mi sembrava interessate provare a raccontare in nove minuti quella che in realtà è una storia universale, quella della migrazione, in una connotazione molto attuale. I temi di cui si parla oggi sono sempre gli stessi. Spesso e volentieri ci si dimentica da dove vengono queste persone che scappano dalla guerre.

La celebrazione di questo centenario infatti sembra cadere in un momento storico che forse ha bisogno di guardare al suo recente passato. Basti pensare alla fuga da una città sotto assedio, come racconta lei stesso nel suo lavoro, vissuta dal resto del mondo nella quasi totale indifferenza a metà degli anni Novanta. Proprio come sta accadendo con i barconi carichi di profughi in fuga dai loro paesi al collasso..
Purtroppo continuano ad esserci morti di serie A e morti di serie B e questa è una storia che si ripete. La cosa terribile che è successa nell’ex Jugoslavia, quindi nel cuore dell’Europa, è il fatto che ci siano stati dei campi di concentramento che mai nessuno avrebbe immaginato dopo la Seconda Guerra Mondiale in un lasso di tempo così rapido.

Come ha scelto i due interpreti de Il Ponte?
Ho fatto molti film con attori non professionisti e quindi immediatamente ho capito che questo non era uno di quelli per il quale lavorare con attori professionisti. Per fortuna, ho nel mio dna questa capacità di lavorare con questa metodologia di lavoro ed ho incaricato alcune persone del cast che hanno cercato nella comunità bosniaca romana e con grandissima fatica, dato che a livello numerico non sono tanti, ho trovato queste due splendide persone con le quali si è anche creato un rapporto. Non avevo idea di quello che stava per succedere ma il risultato è stato bello e sono davvero molto contento.

Il ponteIl suo cinema ha quasi sempre trovato nella forma documentario la chiave più adatta per raccontare le storie che le stavano a cuore. Da dove deriva la necessità di questa metodologia?
Davanti la macchina da presa se uno recita è come quando uno và in campo e gioca. Allora sei giocatore, sei calciatore. Il documentario lo faccio ed è anche una forma di documentario molto particolare, però rivendico la possibilità di utilizzo in un film “giocando” con l’essere attore. Uno è attore non perché ha i gradi e quindi quel suo lavoro vale di più. In questo caso è cinema, non documentario. Qualche volta uso questa metodologia, qualche volta no. A me quello che da fastidio del cinema è vedere della storie e non crederci. Nasce da una necessità di spettatore. Troppo spesso mi capita di sedermi e vedere l’attore di turno che finge di essere qualcun altro. Non ci credo. Quindi quando capisco che alcuni soggetti, alcune storie mi possono permettere di lanciarmi in questa cosa, mi butto con grande entusiasmo e contentezza. Purtroppo non tutte le storie possono essere raccontate così. Questo funziona per quei film che hanno una radice dentro molto personale, legata ai luoghi, al contesto nel quale si muovono. In quest’occasione sono stato spinto immediatamente dal fatto che dovevano essere bosniaci, dovevano essere magari di Sarajevo e dovevano parlare la loro lingua. Ovviamente un attore in italiano non avrebbe potuto in soli nove minuti entrare in quella mentalità. Questa cosa ha poi pagato perchè durante le riprese ci sono stati moltissimi momenti di commozione e abbiamo dovuto sospendere per delle piccole pause, dato che, al di là dei protagonisti, ho voluto anche dei tecnici di Sarajevo sul set, portando a dei momenti emotivamente molto forti.

Manuela Santacatterina

 

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