ROMAFF10: “S IS FOR STANLEY”, UN RITRATTO INEDITO DI KUBRICK

Nella sezione Omaggi della Festa del Cinema di Roma, S is for Stanley, il documentario che Alex Infascelli dedica all’incredibile rapporto lavorativo, ma sopratutto umano, che ha legato Emilio D’Alessandro a Stanley Kubrick

S is for StanleyC’è un’inquadratura, quasi all’inizio del documentario che da sola basta a racchiudere tutto il senso del film e del rapporto che per trent’anni ha legato Emilio D’Alessandro al regista di Shining. Si tratta di una manciata di secondi nei quali si vede l’uomo indossare una giacca verde su cui è stampato, all’altezza del petto, “Kubrick”. Nell’indossarla i suoi occhi si fanno lucidi, pieni di lacrime e orgoglio. Alex Infascelli, dopo l’esordio fulminante di Almost Blue, l’incerto Il siero della Vanità e, per certi versi, il kubrickiano H2Odio, torna dietro la macchina da presa con S is for Stanley. Un documentario capace di mostrarci una delle sfaccettature più intime del regista, svelando ossessioni, fobie e dolcezze dell’uomo Stanley, prima che del regista Kubrick. Infascelli ci riesce grazie al racconto di un uomo dal sorriso dolce e l’accento inglese che, ogni tanto, tradisce la sua provenienza tutta italiana: Emilio D’Alessandro, colui che per oltre trent’anni è stato l’estensione pratica di ogni pensiero del regista di Arancia Meccanica. Proprio grazie al film tratto dal romanzo di Anthony Burgess prende il via quel rapporto professionale che si tramuterà, velocemente, in qualcosa di molto più profondo. Stima e fiducia totali (nati da una comune precisione e meticolosità) ma anche vera e propria dipendenza che Kubrick svilupperà nei confronti di D’Alessandro.

S is for StanleyA bordo della sua auto il regista romano parte per un viaggio, accompagnato da l’Ouverture de La Gazza Ladra di Rossini (scelta non casuale), che lo porta fino a Cassino dove, da anni, Emilio si è ritirato con la moglie. Tra la quantità di oggetti conservati gelosamente dall’uomo, dalle mostrine d’argento di Full Metal Jacket ai negativi di Barry Lyndon, un gran numero di note, biglietti e lettere, scritte a macchina o a mano da Kubrick, con le richieste più varie, e tutte firmate con la “S” di Stanley. La struttura del documentario, adattamento di Stanley Kubrick e me, scritto da D’Alessndro con Filippo Ulivieri, è lineare, efficace, con una regia emozionale ed ironica, dove troviamo la voce stessa di Infascelli a fare da narratore, intervallata dai ricordi di Emilio, il cui racconto si snoda su due binari paralleli. Da una parte la ricostruzione, ricca di dettagli, della filmografia del regista che dal 1971, con Arancia Meccanica, arriva fino al 1999 con Eyes Wide Shut, l’ultimo film di Kubrick, portato a termine proprio grazie al tuttofare italiano, ex promessa mancata della Formula 1, e pieno di omaggi del regista alla loro amicizia. Dall’altro racconta una storia inedita, quella di un rapporto umano, filtrato da quello professionale, grazie al quale scopriamo qualcosa di più del Kubrick privato. Ascoltare Emilio è come sbirciare tra le pagine di un diario privato, stracolmo di ricordi che fanno sorride e luccicare gli occhi.

Manuela Santacatterina

 

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