Faccia a faccia con Jerry Bruckheimer

UNA VITA DA STAR

Nel 2013 ho avuto la mia stella sull’Hollywood Boulevard e Johnny Depp e Tom Cruise sono venuti a festeggiarmi (foto sopra, nda). E nel 2010 ho messo anche le mie impronte davanti al Chinese Theatre. Ma non mi monto la testa e non dimentico che le star sono loro, gli attori. Io vivo di riflesso e ne sfrutto i vantaggi. Dopo Top Gun, per esempio, Tom Cruise mi ha passato il suo personal trainer, Johan Heiberg, che mi ha attrezzato una palestra su misura a casa. Ed è da American Gigolò che vesto Armani, come Richard Gere nel film. Siccome non trovavo niente di pronto perché ho una differenza di 35 centimetri tra petto e giro vita, mi hanno costruito dei prototipi, un petto e doppiopetto. Quando Armani mi ha fatto su misura anche uno smoking con il bavero di raso a punta, elegante ed esclusivo come una Lamborghini, mi sono sentito un incrocio fra Adolphe Menjou e Clark Gable.

nhl_hockey_stick_and_puck_hd_IO E L’HOCKEY

Non sono un tipo atletico, ma alla mia età rimango ancora un buon giocatore di hockey. È uno sport violento, ma aggraziato che richiede un’enorme dose di coordinazione, perchè non sei nemmeno piantato sui tuoi piedi, ma in bilico su lame di 4 millimetri di spessore. Un misto di equilibrio e sopravvivenza, non diverso in fondo dal barcamenarsi su un set. Sono sempre stato un bravo organizzatore, e a undici anni creai la mia squadra di hockey. Adoro lo spogliatoio, perché ci si conosce veramente, si diventa amici. Ho anche la mia squadra a Los Angeles: i Bad Boys, di cui fanno parte Kiefer Sutherland, Cuba Gooding Jr. e Tom Cruise. E una volta l’anno andiamo a Las Vegas per un torneo di celebrità.

2011_pirates_of_the_caribbean_on_stranger_tides_026I MIEI COMANDAMENTI

Mio padre faceve il venditore in un negozio di vestiti in cui serviva anche i gangster di Detroit. È stato lui a regalarmi questa massima di vita: «Qualunque cosa farai, scegli qualcosa che ti piace veramente e non vivere come me, sognando solo le due settimane all’anno di vacanza ». Al suo consiglio, ho aggiunto altri cinque punti per il perfetto leader.

 
1. Metti sempre il tuo nome su un prodotto in cui sei stato coinvolto attivamente. Renderà riconoscibile il tuo logo e farà di te una marca significativa per il pubblico.
2. Sii disposto a lavorare duro. Niente che valga si ottiene con facilità.
3.  Quando assumi un collaboratore, scegli quello che pensi ti aiuterà a vincere. La vittoria è l’obiettivo finale di ogni lavoro.
4. Al cinema e in tv, per realizzare prodotti di successo, fai quello che tu stesso vorresti vedere seduto in poltrona.
5. La parte più importante è una buona sceneggiatura. Dedicagli il massimo della cura, perché alla fine sarà quella che fa la differenza e ricompenserà i tuoi sforzi.

bruce-springsteen-can-clarence-clemmons-bornPOPOLARE COME IL BOSS

ll disco in cui mi riconosco di più? Born to Run di Bruce Springsteen. Lui si definisce un musicista popolare che parla alla gente comune e anche i miei film fanno lo stesso. La mia band preferita erano gli Who, e avevo un debole per Johnny Cash, anche se l’unica cosa in comune con lui erano gli stivali. Fin da ragazzo però mi ero reso conto che i registi quando dovevano scegliere una canzone erano spesso fuori sincrono. Ci vuole una melodia forte da usare prima in sottofondo e poi ripetere con un testo, che non deve fare il verso a quello che accade nel film. Spesso le case discografiche non vogliono che un artista troppo famoso partecipi a una colonna sonora, perché temono possa fare concorrenza ai suoi dischi. Per questo non ho mai avuto paura di recuperare artisti che in quel momento erano appannati: Irene Cara per What a Feeling in Flashdance  e Terri Nunn, dei Berlin, per Take my Breath Away in Top Gun. E entrambi hanno poi vinto l’Oscar per la miglior canzone originale!

 SPOT D’AUTORE

still-of-michael-bay-and-jerry-bruckheimer-in-pearl-harbor-(2001)

Amo definirmi un produttore-autore, ma non per presunzione. Considero il mio lavoro simile a quello del regista e dell’attore, difendo il film e lotto per renderlo migliore. Ma non mi è mai venuta la voglia di fare il regista. Sarà che ho un deficit d’attenzione, ma se fai il regista non puoi fare altro e l’idea di fare una cosa sola mi atterrisce invece che affascinarmi. Un giorno, esaminando i nomi dei registi con cui ho lavorato, ho scoperto che molti venivano dalla pubblicità: Michael Bay (foto sopra con Bruckheimer, nda), Tony e Ridley Scott, Adrian Lyne. È stata una scelta inconscia, ma non la rinnego. La pubblicità unisce quelle che devono essere le tre caratteristiche del filmmaker: pazienza, gusto, comunicazione. È più vicina alla tv, in cui un progetto si fa in pochi mesi, che al cinema, in cui spesso ci vogliono anni. E un pubblicitario deve essere un buon venditore, colto e di stile. 

libraryRICORDI E CRITICHE

I miei primi film? Li ho visti al Mercury Theatre di Detroit. Tutti i sabati ero lì, dal mattino. La mia coppia perfetta di attori era la Janet Leigh di Psycho e l’Henry Fonda di La nave matta di Mr. Roberts. Ma avevo un debole per film adrenalinici come La grande fuga ed epici come Lawrence d’ Arabia, Il ponte sul fiume Kwai o Il dottor Zivago. Il mio Pearl Harbour è nato proprio da quei ricordi. Ho smesso da anni di leggere le critiche, perché, come dice Woody Allen, «se sono buone non lo saranno mai quanto vorresti, se sono cattive, sono devastanti ». Mia moglie Linda (Balahoutis, nda) invece ci si arrabbia ancora e manda lettere di fuoco. Il suo concetto è semplice: se un critico ama solo i film artistici, dovrebbe esimersi dal recensire quelli come i miei che inseguono, dichiaratamente, l’intrattenimento. Di The Lone Ranger i critici hanno recensito il budget, non la storia. Sono sicuro verrà il giorno in cui dovranno ricredersi. Del resto è già accaduto con i film su Callaghan: considerati  reazionari negli anni Settanta, oggi Clint Eastwood è invece riconosciuto come un raffinato autore da Oscar.

Bruckheimer-01-ritrattoLA MIA FILOSOFIA

Per il mio sesto compleanno mio zio mi regalò la sua vecchia macchina fotografica (foto a fianco, nda). L’avevo sempre al collo. Dovevo essere bravo perché cominciai a vincere premi. Scattare foto mi ha regalato il dono, utilissimo, della sintesi. Dopo la laurea in psicologia all’università di Tucson, in Arizona, sempre grazie alle mie foto trovai lavoro in un’agenzia pubblicitaria, prima a Detroit e poi a New York. Così, a 23 anni, diventai uno tipo Mad Men. Cominciai a girare spot, poi incontrai Dick Francis, un pubblicitario che stava andando a Hollywood e non ci pensai su. Mollai un lavoro da 70mila dollari all’anno, per fare il produttore esecutivo di Fango, sudore e polvere da sparo a diecimila dollari. Era il 1972. La mia filosofia sul denaro non è mai cambiata. Serve per vivere meglio, ma non deve diventare un ricatto per impedirti di fare quello che sogni.

 

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TRA IL PUBBLICO PAGANTE

Raramente vado agli screening, preferisco vedere i film con il pubblico pagante. Mi siedo in prima fila e poi mi volto a guardare le facce degli spettatori. Adoro che si perdano nella storia e si dimentichino della vita di tutti i giorni, la macchina, le rate, il capoufficio. Vorrei che il mio epitaffio fosse: «Anche solo per due ore è riuscito a far divertire milioni di persone ». Fare un film non è mai facile, la lavorazione è così lunga che spesso cambiano pelle: Beverly Hills Cop doveva farlo Mickey Rourke, invece ha lanciato Eddie Murphy. American Gigolò doveva girarlo John Travolta, poi Christopher Reeve, e la Disney non voleva saperne di Johnny Depp per Pirati dei Caraibi. Anche Liberaci dal male (foto sopra, nda) arriva da lontano: il libro di Ralph Sarchie da cui è tratto l’avevo opzionato molti anni fa.