«Il Diabolik che amiamo» i Manetti Bros. parlano del loro film

Marco e Antonio Manetti, registi di "Diabolik", spiegano il loro punto di vista sul film

0
Manetti Bros., Valerio Mastandrea e Miriam Leone sel set di "Diabolik"

“Questo film è Diabolik come lo vediamo noi e come lo amiamo da quando, bambini, abbiamo iniziato a leggerlo” così Marco e Antonio Manetti registi di Diabolik, in sala dal 16 dicembre con 01 Distribution, raccontano il loro film e la loro visione del fumetto creato e ambientato negli ’60 dalle sorelle Giussani.

“La fedeltà ha un aspetto decisamente, inevitabilmente e involontariamente soggettivo – continuano i fratelli Manetti -. Mentre metti in scena un fumetto che ami il lavoro diventa soggettivo. Non c’è stato nessun tentativo di rivoluzionare o di aggiornare il fumetto. Semplicemente questa è la trasposizione cinematografica delle vicende e delle emozioni che abbiamo letto nel fumetto attraverso la nostra interpretazione ed il nostro stile naturale. Nient’altro”.

Il loro film è ispirato in modo particolare al fumetto numero 3, quello in cui compare per la prima volta Eva Kant, che per i Manetti ha un ruolo chiave nella storia. Nel film Lady Kant è interpretata da Miriam Leone e i registi sottolineano: “Diabolik è un personaggio fuori dagli schemi e le Giussani, da donne, si sono rese conto che gli serviva una compagna forte quanto lui. Non c’è Diabolik senza Eva”.

LEGGI ANCHE: Diabolik Day, Miriam Leone: «La mia Eva una donna al servizio di nessun uomo»

Il protagonista è Luca Marinelli inseguito da Valerio Mastandrea nei panni dell’ispettore Ginko. I registi hanno voluto ambientare il film negli stessi anni in cui la storia originale si svolge e hanno usato uno stile cinematografico che richiama quello stesso dell’epoca. “A volte alcune inquadrature le abbiamo proprio copiate da quelle del fumetto” spiegano i Manetti.

LEGGI ANCHE: Diabolik, Valerio Mastandrea: «Ginko me lo sono inventato, è stata una mia idea personale»

Portare Diabolk sul grande schermo non è stata un’impresa facile e i due registi raccontano di essere riusciti a convincere Mario Gomboli, erede artistico delle sorelle Giussani, grazie alla loro ferma intenzione di ricostruire le vicende noir, le atmosfere cupe della città di Clerville e l’eleganza dei personaggi originali così come erano stati disegnati da grandi autori del fumetto.