The Suicide Squad – La recensione

Folle, violento, malato, divertente. Il cinecomic come non l'abbiamo mai visto. Tutto questo è il The Suicide Squad di James Gunn

«Sarà un film molto più dark e affilato dei precedenti, ma non mancherà il senso dell’umorismo. Mi hanno lasciato carta bianca e quindi ho fatto un film che non è né un sequel né un reboot del precedente. È un film di guerra, come quelli degli anni Settanta, un film come Quella sporca dozzina, per intenderci. Sarà azione, dramma e commedia». 

Non possiamo che trovarci in assoluto accordo con le parole usate da James Gunn per descrivere il suo The Suicide Squad, l’attesissimo nuovo cinecomic della DC e Warner Bros. in arrivo nelle sale italiane il 5 agosto, a cinque anni esatti dall’uscita del precedente adattamento diretto da David Ayer. 

Un semplice articolo determinativo, The, è stato scelto per differenziare le due opere e la scelta non è casuale: non è un sequel ed è molto di più di un rifacimento. E se di recente David Ayer è tornato a mettere le mani avanti, addossando l’insuccesso del suo film all’infelice scelta della Warner di stravolgere la sua versione, poco ci importa in realtà. E’ acqua passata. Questa volta la DC Comics ha davvero trovato una formula di maggior successo, affidata ad un regista con il gusto per l’anarchia, strisciato fuori dagli stessi fanghi (forse non proprio uguali, dai) da cui provengono la maggior parte dei personaggi della Suicide Squad.

Doveroso, per comprendere il risultato finale, ricordare quelle che sono state le ultime (dis)avventure di Gunn, considerato, insieme a Taika Waikiti, uno dei registi più folli e visionari in ambito cinecomics, non a caso capace di militare, lasciando il segno, in tutte e due le fazioni ‘antagoniste’, Marvel e DC. Nel 2018, nel pieno delle riprese de I Guardiani della Galassia 2, Gunn viene licenziato (e successivamente riassunto, ma un anno dopo) dai Marvel Studios e Disney a causa a di alcuni vecchi tweet, reo di aver ironizzato su AIDS e stupri. La concorrenza, a quel punto, non si lascia scappare l’occasione e lo invita a varcare il confine per ‘ricreare’ un nuovo Suicide Squad: lui accetta, spinto dalla promessa di totale libertà creativa e artistica.

Idris Elba e James Gunn sul set

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Liberato dalle catene family-friendly della Marvel, Gunn, l’uomo che ha iniziato la sua carriera nei film di serie B, trova nella DC e nella loro offerta l’occasione perfetta per mettere in scena tutto il suo estro: il risultato è una gloriosa miscela di gore e azione, unita ad un umorismo scurrile e un linguaggio super volgare (rimarrà nella storia una battuta di Harley Quinn sulla pioggia e gli angeli). Tutto questo è il The Suicide Squad di James Gunn: un folle, violento, malato ed estremamente divertente cinecomic. D’altra parte un film in cui il governo degli Stati Uniti assume uno squalo per fare a pezzi le persone, che parla e ha la voce di Sylvester Stallone, non potrebbe essere altrimenti. Per non parlare dell’incipit, inaspettato ai livelli del cameo di Drew Barrymore in Scream. Ma shh, abbiamo già detto troppo.

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Passando ai fatti, la trama principale si dipana da Belle Rave, la prigione con il più alto tasso di mortalità d’America, dove sono rinchiusi i peggiori supercriminali. Alcuni di loro sono disposti a fare di tutto per uscirne – anche unirsi alla super segreta e oscura Task Force X voluta dalla temibile Amanda Waller (Viola Davis). Tra questi, ci sono Bloodsport (Idris Elba), Peacemaker (John Cena), Polka-Dot Man (David Dastmalchian), Ratcatcher 2 (Daniela Melchior), King Shark (Stallone) e la psicopatica più amata di tutti, Harley Quinn (Margot Robbie). Catapultati nell’isola di Corto Maltese, in una giungla brulicante di avversari militanti e forze di guerriglia, la Squadra sarà coinvolta in una missione di ricerca e distruzione, sotto la guida sul territorio del colonnello Rick Flag (Joel Kinnaman) e, nelle orecchie, le direttive degli esperti tecnologici del governo della Waller. Ad ogni mossa falsa rischiano la morte, per mano dei loro avversari, di un compagno di squadra o della stessa Waller.

Nelle sapienti e pericolose mani di Gunn, tutti questi personaggi acquistano subito uno spessore, sia comico che drammatico. I nuovi si fanno conoscere, i vecchi ri-conoscere, ma la cosa più armoniosa è che ognuno di loro, nel corso dei tre atti in cui si svolge la storia, ha il proprio momento per brillare. La missione a cui sono costretti a prendere parte diventa una sorta di parco giochi per menti malate che però trovano la loro occasione per sentirsi meno reietti e godere di uno spirito di condivisione e unione mai vissuto nelle loro vite da outsiders.

Sulle prestazioni attoriali, poco da discutere. Idris Elba ci mette un po’ a mettersi a fuoco, ma sale di autorità man mano che la storia procede, aumentando il suo carisma uccisione dopo uccisione. John Cena è perfetto nel ruolo di Peacemaker, che possiamo tranquillamente definire un’idiota con la mascella quadrata e il bicipite gonfio, mosso da ideali che oscillano tra il Capitan America di Chris Evans e il Patriota di Antony Starr in The Boys (dalla sua esternazione “Ho a cuore la pace con tutto il mio cuore, e non mi interessa quanti uomini, donne e bambini dovrò uccidere per ottenerla” capiamo subito molte cose). C’è poi il simpatico e bambinesco King Shark di Stallone, l’assonnata millenials, ma sensibile e profonda Cleo / Ratcatcher 2, capace di controllare qualsiasi ratto in mezzo a lei, lo strambo Polka-Dot Man (David Dastmalchian), detto anche l’espelli-pois, e poi, naturalmente, la meravigliosa Harley Quinn di Margot Robbie che torna dopo lo stand alone di Birds of Prey confermandosi uno dei supereroi meglio interpretati di sempre (è ancora lei a regalarci la scena forse più bella del film, una fuga dalla coreografia e un ritmo pazzeschi).

Citavamo, in apertura, quel The anteposto nel titolo. Ecco, in quel piccolo articolo determinativo c’è tutto quello di cui abbiamo parlato, c’è tutto James Gunn, che nel suo avere carta bianca ha creato praticamente un film d’autore, esteticamente bello, pieno di idee e di giochi visivi, senza mai sfociare nel lezioso. Un professionista che ha eseguito il suo mandato e lo ha fatto con grande stile.

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