Á plein temps – La recensione

In anteprima nella sezione Orizzonti di Venezia 78, il lungometraggio di Éric Gravel Á plein temps, prossimamente in sala per I Wonder Pictures

È un film che parla di lavoro, di classe media in affanno, di condizione femminile, e soprattutto di tempo, Á plein temps di Éric Gravel (Crash Test Aglaé). Ovvero, il film diventato un caso dal primo giorno della Mostra del Cinema di Venezia (dove è stato presentato in concorso nella sezione Orizzonti), per l’impegnativo endorsement del direttore Alberto Barbera. Che ha citato il lungometraggio (da noi prossimamente in sala per I Wonder Pictures) come emblema delle non poche scoperte che l’edizione di quest’anno riserva agli spettatori: «Vedrete, vi sorprenderà».

E in effetti ci ha sorpreso, Á plein temps. Per la storia che racconta, ma soprattutto per come la racconta. La quotidianità di Julie (Laure Calamy), madre separata di due figli e cameriera di un hotel parigino di lusso, ha la tensione e la concitazione di un vero e proprio thriller. Dove le reiterate, estenuanti corse e lotte della protagonista sono per non far esplodere la propria vita professionale e affettiva divisa tra la campagna, dove abita con i bambini, e il lavoro nella capitale francese. E il tragitto tra l’una e l’altra è un’impresa quotidianamente estrema mentre la città è attraversata da un’ondata di proteste con relativo sciopero dei mezzi.

Coadiuvato dal montaggio di Mathilde Van De Moortel e dalle musiche di Irène Drésel, Gravel ci imprigiona senza tregua nel “tempo pieno” (esteriore e interiore) di questa donna sola e circondata da persone che chiedono qualcosa da lei o le rinfacciano una mancanza. Come in un classico racconto realista, Julie (già addetta alle ricerche di mercato per un’azienda poi fallita) rappresenta in modo cristallino un’intera classe sociale, ovvero quel ceto medio che oggi «va sempre più giù mentre i ricchi diventano sempre più ricchi», come denuncia il regista. Gli stessi ricchi che la donna ha il dovere di servire insieme alle altre soldatesse-schiave in grembiule dell’albergo: «Se non hai più voglia di pulire la merda dei ricchi, allora cambia lavoro», taglia corto a un certo punto la principale della donna.

A dare corpo e voce a Julie, una straordinaria Calamy, già nel cast della serie Netflix Chiami il mio agente! e premio César 2021 per Io, lui, lei e l’asino. Stavolta l’attrice dà il meglio di sé nel costruire un personaggio dalla vitalità compressa e frustrata, fra le maschere indossate nei campi di battaglia della routine e i precari attimi di sfogo e abbandono. La sua è una parabola di alienazione contemporanea dalle vie d’uscita assenti o comunque ambigue: in un mondo dove il primo diritto rubato a troppe e troppi sembra essere quello al proprio tempo.

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