È stata la mano di Dio, la recensione del film di Paolo Sorrentino

è stata la mano di dio

Nella Napoli degli anni Ottanta Fabio Schisa (Scotti) è uno dei tre figli di Saverio (Servillo) e Maria (Saponangelo), coppia della buona borghesia. Il clan familiare è circondato dall’invadenza, spesso ilare, di vicini, parenti e amici, protagonisti di una costante messa in piazza delle loro gioie come dei loro problemi più intimi, condivisi senza alcun filtro, o pudore.

Fabietto, come lo chiamano tutti, è incerto su quale futuro desiderare dopo la prossima maturità classica, le donne lo intimidiscono ed è affascinato dalla dirompente sensualità della zia Patrizia (Luisa Ranieri), donna vittima di seri disturbi psichici.

È stata la mano di Dio, intervista a Paolo Sorrentino

 

Luisa Ranieri (Gianni Fiorito)

La sua vita famigliare è punteggiata dagli scherzi della madre e le battute del padre, mentre suo fratello sogna il cinema e sua sorella vive chiusa in bagno. Questo felice quanto caotico equilibrio famigliare è destinato a interrompersi tragicamente e dall’irrompere del doloroso vuoto; Fabietto dovrà diventare Fabio, per poter inseguire i suoi sogni.

È stata la mano di Dio – L’opinione

Paolo Sorrentino riesce a compiere un miracolo cinematografico, mettendo in scena la più intima e dolorosa delle narrazioni, quella della perdita dei genitori, morti asfissiati nel sonno dal monossido di carbonio mentre erano in vacanza a Roccaraso, quando lui non era presente perché seguiva una partita del Napoli.

Mai come nella prima parte di questo film si è riso così tanto nelle opere del regista de La Grande bellezza, così come mai prima d’ora il suo dolore era stato narrato apertamente come nella seconda parte del film. Eppure quello che la visione ci lascia uscendo dalla sala è il senso dell’ineluttabile compiutezza di una fase della vita dell’autore.

è stata la mano di dio

Il film per il regista è un “ritorno a casa” perché, dopo l’esordio con L’uomo in più (2001), non aveva più girato a Napoli e oggi, con È stata la mano di Dio, Sorrentino ha idealmente chiuso un cerchio artistico, umano ed emotivo, facendo i conti col più intollerabile dei dolori. Una catarsi personale che promette di essere il primo passo verso l’esplorazione di nuovi orizzonti narrativi.

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Riguardare oggi l’ottimo L’uomo in più permette di apprezzare quanto cammino abbia compiuto l’autore in questi venti anni.

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