LO STAGISTA INASPETTATO

Vedovo, 70 anni, Ben sta scivolando lentamente nella depressione da solitudine. A offrirgli l’occasione per tentare qualcosa di diverso è la richiesta di stagisti senior da parte di una società che vende abbigliamento online. Grazie alla sua esperienza e alla sua affabilità è assunto in prova e assegnato come assistente di Jules, la giovane fondatrice della società. All’inizio la donna fa di tutto per togliersi Ben dai piedi, ma presto impara ad apprezzarne le doti professionali e umane.

Nata sceneggiatrice (Soldato Giulia agli ordini, Baby Boom, Il padre della sposa), Nancy Meyers è diventata con sole sei regie la regina della commedia americana, erede della sophisticated comedy dei tempi d’oro di Hollywood. La formula è sempre la stessa: un calcolato mix di sentimento e situazioni divertenti affidato a grandi attori in età matura. Dopo Jack Nicholson (Tutto può succedere, 2003) e Meryl Streep (È complicato, 2009) è ora la volta di Robert De Niro, che qui affianca Anne Hathaway e la tradizionale schiera di caratteristi, in questo caso più o meno affiatati. Il contrasto tra giovani e anziani, tra chi ama ancora portare giacca e cravatta e viaggiare con la valigetta in pelle e chi veste casual e non abbandona computer e iPod pende probabilmente dalla parte dei primi (è indubbio che la regista, 65 anni, nutra una certa simpatia per loro). Ma la pellicola vive soprattutto del duetto fra De Niro e Hathaway, che si trasforma presto in un rapporto padre-figlia destinato a migliorare la vita di entrambi. Si sorride e si ride anche, ma regia e sceneggiatura sono meno equilibrate rispetto ai precedenti lavori della Meyers e anche l’eccessiva durata – due ore – non aiuta. Alcune scene (la pur divertente sequenza della mail inviata per errore alla madre) e alcuni personaggi (la massaggiatrice Fiona interpretata da Rene Russo) sembrano aggiunti solo per dare pepe alla vicenda. Sul fronte della recitazione, Anne Hathaway dimostra ancora una vola di sapersi misurare con naturalezza e senza timore reverenziale con le grandi star, dopo la Streep di Il diavolo veste Prada. De Niro invece oscilla tra sfumature, mezzi toni e lampi di ironia (vedi l’omaggio a Taxi Driver nel breve duetto con se stesso allo specchio) e la solita galleria di smorfie che è diventata il marchio di fabbrica della seconda parte della sua carriera.

Valerio Guslandi

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