Mondocane – La recensione

In sala dal 3 settembre, dopo l’anteprima alla Settimana Internazionale della Critica, Mondocane, primo lungometraggio di finzione di Alessandro Celli, con Alessandro Borghi e Barbara Ronchi

Taranto, o quello che ne resta: i tredicenni Pietro detto Mondocane (Dennis Protopapa) e Christian detto Pisciasotto (Giuliano Soprano) sopravvivono in un territorio parzialmente interdetto, semi-abbandonato e devastato dall’inquinamento delle acciaierie. Il riscatto, ai loro occhi, può essere entrare nella gang-setta delle Formiche, capeggiata dal padre-padrone Testacalda (Alessandro Borghi). Sulle cui scorrerie, nel frattempo, indaga la poliziotta Katia (Barbara Ronchi), che spera di trovare in un’altra giovane figlia dimenticata della città, Sabrina (Ludovica Nasti), la chiave per arrivare alla banda. Da queste premesse si articola il racconto di formazione distopico che è Mondocane, lungometraggio d’esordio di Alessandro Celli, prodotto dalla Groenlandia di Matteo Rovere con Minerva Pictures e Rai Cinema, dal 3 settembre in sala dopo l’anteprima alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia 78.

Che stia fiorendo una nuova stagione di distopie nel cinema italiano è ormai chiaro: e come il recente La terra dei figli, anche Mondocane ripone molta della sua forza nella scelta di calare i codici di genere negli umori e criticità irrisolte del contesto nostrano. Da quella sorta di Padania post-apocalittica che faceva da teatro all’apologo di Gipi-Cupellini, finiamo stavolta più esplicitamente dentro la cronaca di un Paese dove troppo spesso (e da ben prima del Covid) le ragioni del profitto vincono sui diritti degli esseri umani: «Alle acciaierie non si poteva rinunciare, alle persone sì», commenta lapidario il personaggio di Borghi. Intorno a lui, c’è un pezzo di Italia (e di mondo) dove sorgono città di nuovi privilegiati a poca distanza dalle rovine, presso cui vigono lo sfruttamento del lavoro minorile e la caccia ai reietti per sterilizzarli forzatamente. E dove i “figli di poveri” possono scegliere se diventare nuovi schiavi delle acciaierie che gli hanno rubato il futuro, guardie di una legge disumana o ladri che ripagano i ricchi con la stessa moneta.

Tra incursioni incrociate, inseguimenti, agguati, quartieri veri e futuribili più o meno proibiti, i confini e il funzionamento della post-Taranto da incubo non risultano sempre chiarissimi. Ma è innegabile l’efficacia di uno spettacolo dove, insieme alla denuncia sociale, si contaminano postmodernamente materiali e suggestioni diversissimi. Tra i suoni metallici e martellanti delle musiche di Federico Bisozzi e Davide Tomat e le tinte infernali della fotografia di Giusepe Maio, nel Mondocane di Celli coesistono senza gerarchie Oliver Twist e Mad Max, De Sica e John Carpenter, fiaba e thriller. Un gioco su più livelli di lettura dove il regista e co-sceneggiatore (con Antonio Leotti) mette pienamente a frutto la sua esperienza nel dirigere attori ragazzi. Ma dove è un Alessandro Borghi in piena forma a dominare indiscutibilmente la scena, nei panni di un antieroe-antagonista sopra le righe, contraddittorio e destabilizzante nel suo fascino ambiguo.

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