Spin Time, che fatica, la democrazia! – La recensione

In sala dal 16 settembre il film di Sabina Guzzanti presentato in anteprima a Venezia 78

«Se avessi un produttore potrei fare molti più film di quelli che faccio, mi pesa il fatto di fare meno film di quelli che vorrei. Ma, alla fine, peggio per voi!»: lo dice Sabina Guzzanti, ironica ma neanche troppo, mentre parla del suo nuovo documentario Spin Time, che fatica la democrazia!, in sala dal 16 settembre per Wanted Cinema, dopo l’anteprima alle Notti Veneziane di Isola Edipo e Giornate degli Autori. Peggio per noi, in effetti, che abbiamo dovuto attendere sette anni da La trattativa, il precedente film scritto, prodotto (con la sua Secol Superbo e Sciocco Produzioni) e diretto dalla già celebre attrice-autrice satirica. Ma siamo comunque fortunati a godere della sua voce e del suo sguardo urticanti e fuori dal coro, regolarmente rivolti su realtà scomode (e a rischio rimozione) per il consesso (in)civile italico.

Stavolta, l’oggetto polemico (ma anche poetico), è il palazzo romano in via di Santa Croce in Gerusalemme, occupato (per iniziativa del comitato Action) da 450 persone indigenti (di 25 nazionalità diverse), cui nel 2019 fu staccata la corrente, riattaccata dopo 5 giorni dall’elemosiniere di Papa Francesco, Konrad Krajewski. Uno spazio che è anche la sede di Spin Time, polo culturale di straordinaria vitalità. Ma anche un laboratorio di convivenza non facile tra persone, storie e tradizioni differenti, dove le istanze politiche non sempre si incontrano (e spesso anzi si scontrano) con le necessità materiali e i contrasti quotidiani di uomini, donne e bambini ospiti dell’edificio.

Tra turni di guardia cui ottemperare, elezioni di rappresentanti di volta in volta rimandate, disaccordi sulle attività da svolgere, Spin Time è, come da sottotitolo, un film sulla fatica (inevitabile) della democrazia. Ma anche sul potere della cultura di incidere concretamente nella società: le tecniche del Teatro dell’Oppresso, praticate dalla regista greca Christina Zoniou, riescono a decostruire stereotipi e gerarchie di potere, ricomponendo, almeno temporaneamente, gli stessi conflitti in seno alla variegata umanità dell’edificio. È questo il vero cuore della vicenda, con la stessa Guzzanti che si diverte e diverte a calarsi nel ruolo della giornalista borghese prevenuta contro gli occupanti.

Ed emerge la complessità dell’affresco, anzi del bassorilievo, come quello che si trova nel palazzo (ex sede dell’Ipdap, poi privatizzato). E che la regista-attrice, in una felice impennata surreale, trasforma in coro animato (da lei stessa doppiato), richiamandosi giocosamente (ma anche molto seriamente) alla tradizione del teatro greco. Ovvero, a un’idea di democrazia che, se non altro, aveva colto l’imprescindibilità dell’arte come mezzo politico. E che un po’ rivive nel presente di Spin Time, con tutte le contraddizioni e criticità del caso. Ma anche con la capacità di gettare (e cogliere, da parte della documentarista) più di un seme di alternativa latitante in un Paese dove troppo spesso legalità non fa rima con giustizia. «Rivedendolo», afferma la regista,« la cosa che mi rende più orgogliosa è che penso sia anche un manifesto di ideali libertari dei quali non si sente più parlare».

Senza mai cadere in stereotipi né in facili idealizzazioni, tanto meno nei pudori del politicamente corretto: «Il pregiudizio ideologico», prosegue Guzzanti, «vorrebbe che andassi a fare un film sul disagio per dimostrare che tutti sono “buoni”. Sono persone diversissime, e vanno aiutate perché è un loro diritto. Per costruire una società dove tutti abbiano quel minimo di dignità che ci consenta di vivere in una democrazia. La democrazia si fonda sull’uguaglianza, non sulla legalità». E quella di Spin Time è una democrazia che, con tutta la sua (stra)ordinaria fatica, restituisce ciò che la voce della regista afferma di stare cercando all’inizio del film: «Un po’ di fiducia nel genere umano».

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