Ant-Man and the Wasp: la recensione

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Gran Bretagna/Usa, 2018 Regi Peyton Reed Interpreti Paul Rudd, Evangeline Lilly, Michael Peña, Michael Douglas, Michelle Pfeiffer, Judy Greer, Laurence Fishburne, T.I., David Dastmalchian, Randall Park, Goran Kostic, Walton Goggins, Hannah John-Kamen, Bobby Cannavale, Abby Ryder Fortson Distribuzione Walt Disney Pictures Durata 1h e 58′

Al cinema dal 14 agosto 2018

LA STORIA – Costretto agli arresti domiciliari per una sua escursione temeraria in Germania con altri supereroi (ricordate Capitan America: Civil War?), Scott Lang, alias Ant-Man, freme contando i giorni che restano (3 al momento) e giocando con la figlia. Nel frattempo, il dottor Pym, con l’aiuto della figlia Hope/The Wasp, scopre un modo per entrare nel subatomico regno del Quantum, in cui la moglie e madre Janet è finita dispersa decenni prima, conseguenza di una eroica missione. Come da prassi, i gadget ipertecnologici scatenano la cupidigia di malintenzionati vari. Infatti, con intenzioni diverse, il trafficante di tecnologia al mercato nero Sonny Burch e un misterioso essere chiamato Ghost, capace di penetrare attraverso ogni tipo di materia, tentano di strappare al professore la sua nuova invenzione.

L’OPINIONE – “E’ possibile riportarla indietro, costruendo un tunnel per il regno quantico”. Ammettiamolo: siamo così disponibili a lasciarci andare al divertissement Marvel che una battuta così viene accettata senza alcun tipo di reazione cinico-sarcastica. Tanto all’humour autoironico ci pensa la stessa sceneggiatura (soprattutto della coppia Andrew Barrer e Gabriel Ferrari), così intenzionata a dare a tutti la propria caratterizzazione da costipare l’intreccio persino per le quasi due ore della durata del film. Il fatto è che il lato comedy sembra ormai prevalere su quello avventuroso, cioè la Disney sulla Marvel, ma evidentemente questo non preoccupa i nipotini di Stan Lee (anche qui presente in cameo).

Infatti, più che l’adrenalina, ecco spazio alle schermaglie d’amore tra Scott e Hope (al secolo Paul Rudd ed Evangeline Lilly), alla resa dei conti bisbetica tra i professori ex amici Hank Pym e Bill Foster (Michael Douglas vs Laurence Fishburne), alle umorose caratterizzazioni comiche per il socio e amico di Scott, Luis (Michael Pena) e l’agente Shield Jimmy Woo (Randall Park) che prevediamo rivedere meglio in futuro… e anche i cattivi in fondo – come canterebbe Ivano Fossati – così cattivi non sono mai. Sonny Burch (interpretato da Walton Goggins, volto che la splendida serie The Shield ha reso conosciutissimo, ma lo abbiamo visto fare il cattivo anche nell’ultimo Tomb Raider) è un boss più arrogante che pericoloso e il vilain Ghost che, nonostante nei comics originari sia un personaggio maschile, qui è stato trasformato in una bella giovanotta interpretata da Hannah John-Kamen (Ready Player One), è soprattutto un’anima in pena in lotta per non morire.

Dopo il primo fortunato capitolo in cui aveva sostituito Edgar Wright, il regista Peyton Reed è stato invitato a replicare e lo ha fatto con consapevole mestiere. Almeno, il box office gli sta rendendo ragione: ha già incassato più di 430 milioni di dollari nel globo e non dubitiamo che anche l’Italia darà il suo contributo.

Perché questa formula di action non cruenta (a dispetto di scontri, botte, disastri, qui non si fa male nessuno), in cui gli effetti speciali diventano anche gag da commedia (con un palazzo-laboratorio e le automobili che si ingrandiscono o si rimpiccioliscono di botto o le tute che smettono di funzionare) e i personaggi si dilettano in battutine da sit-com tv, ha una sua apprezzabile dimensione adolescenziale, “pulita”, non dannosa. Disneyana appunto.