KAREN FUKUHARA: «ECCO COME MI SONO ALLENATA PER DIVENTARE KATANA IN “SUICIDE SQUAD” »

Imparate in fretta dove si mette l’insidiosa “h” del suo cognome, perché di Karen Fukuhara si sentirà parlare molto. In Suicide Squad è Tatsu Yamashiro, detta Katana dalla sua letale e magica spada che è una soultaker, cioè ha il potere di estrarre l’anima da tutti quelli che uccide e conservarla dentro la lama. Sapremo prima o poi perché c’è anche quella di suo marito Maseo, con cui di tanto in tanto scambia poche ma commoventi parole. È morto, ma lei vive nel suo ricordo, onorandone la memoria. È una guerriera imbattibile, una samurai al femminile.

Karen ha 24 anni e questo è il suo primo film, e anche se parla solo con e attraverso la sua spada, il suo inglese è perfetto (si è laureata in sociologia alla Ucla), come non capita mai alle tante attrici esotiche che ormai sono una presenza fissa nei film americani, da quando Hollywood ha capito l’importanza dei mercati asiatici.

Come ha convinto David Ayer?

Quando ho fatto il provino c’era un’aria di tale segretezza che non mi hanno detto nemmeno il nome del mio personaggio. Mi hanno chiesto di mostrare le mie doti fisiche, e io ho un passato di arti marziali, karate e kendo. Era da un po’ che non mi allenavo più ma è bastato ripristinare quella che io chiamo la memoria dei miei muscoli. Quando sono tornata a casa ho fatto quello che si fa ai tempi moderni, una ricerca su Google, impostata con le parole “spada giapponese, arti marziali, supereroina, guerriera”  e, voilà, è apparso il nome Katana.

Poi?

C’è voluto ovviamente un lungo training specifico con la katana, che a dirla tutta, io non sapevo neanche bene come si impugnasse ma per il mio personaggio è molto più di un’arma, è un’estensione del suo corpo. Con lo stunt coordinator Richard Norton, il regista della seconda unità Guy Norris, (erano in Mad Max: Fury Road) ho fatto un corso intensivo di un mese e mezzo, ma Ayer mi ha mandato anche a ripetizione da un suo amico, l’allenatore di arti marziali Richard Mesquita, che l’aveva aiutato nei suoi precedenti film, End of Watch – Tolleranza zero, La notte non aspetta, Harsh Times – I giorni dell’odio. Tutti i miei combattimenti sono faccia a faccia, quindi il karate di una ragazza alta solo 1,57, non avrebbe funzionato contro omoni così grossi, per cui abbiamo dovuto inventare mosse ibride, rubando da diversi stili di combattimento.

Si è ispirata a qualche attrice d’azione un particolare?

No, perché non ce ne sono tante. Ho guardato soprattutto film di maschi, samurai.

Ma nemmeno un pensierino alla Sposa di Kill Bill, che usa proprio la katana?

Oddio che figura…. (e si copre la faccia con le mani). Non mi è venuta in mente. E pensare che la mia controfigura era quella di Lucy Liu in quel film.

Lei non solo parla poco, ma ha anche il volto nascosto da una maschera. Come l’ha presa?

Uno dei miei colleghi, Adewale Akinnuoye-Agbaye, un attore veterano, era Killer Croc con la pelle di un coccodrillo. Non lo avrebbe riconosciuto nemmeno sua madre. Invece la mia sì. Si vedono gli occhi, che come dice la cultura giapponese sono lo specchio dell’anima.

Bilancio del suo film?

Ero una totale sconosciuta, ora sono diventata un esempio per tutte le ragazze giapponesi che hanno così poco modelli femminili da imitare. Si parla tanto di incrementare la diversità, eccomi.

Che ricordo si è portata via dal set?

Avrei  voluto tutti i miei vestiti, quelli da samurai e quelli più punk da bōsōzoku, le bande giapponesi di biker. Ma come tutti i miei colleghi ho firmato per tre film, quindi dovrebbero servire ancora. Avevo un tatuaggio finto sulla coscia dedicato alla mia arma (“La mia spada versa sangue”), ma ora ne ho uno vero sulla caviglia dedicato alla squadra, o skwad, come la chiamavamo in gergo. Me lo ha fatto Margot Robbie in persona ed è stata un’emozione doppia. Primo film e primo tatuaggio della mia vita.

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