Huda’s Salon, nello spy uno sguardo diverso alla questione palestinese

Un'apertura di qualità per il concorso del Red Sea Film Festival.

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Huda's Salon - Hany Abu Assaad

La giovane madre Reem (Maisa Abd Elhadi) è nel salone di bellezza di Huda (Manal Awad), a Betlemme, per un taglio di capelli e un po’ di compagnia femminile. Quando accade l’impensabile; risvegliandosi dopo esser stata drogata, scopre che Huda le ha scattato fotografie oscene che distribuirà a meno che Reem non accetti il ruolo di spia per conto degli occupanti. Nel frattempo, la resistenza indaga sulla proprietaria del salone, finendo per arrestarla e sottoponendola a un lungo interrogatorio nel quale si confrontano due posizioni meno distanti da quello che potrebbero apparire. Come a distanza anche Reem è divisa tra due opposte possibilità.

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La tensione che ne deriva è quella di un thriller, tra lo spionistico e il politico, visto che – pur senza citare gli uni e gli altri – tutto fa riferimento alla questione palestinese. Ma nella Betlemme occupata dal 1967, circondata dal 2002 da un muro che rende gli occupanti presenze invisibili e le donne ancora più vulnerabili a ogni tipo di predatore, è la condizione femminile in tutte le sue sfaccettature a emergere con forza.

Huda's Salon - Hany Abu Assaad

Questo l’incipit e un accenno della premessa di Huda’s Salon di Hany Abu Assaad, regista prossimo a dirigere il biopic sull’agente della CIA Robert Ames The good spy, con Hugh Jackman, e la serie tv Blood. Un professionista dalla mano sicura e le idee chiare, scelto per aprire il concorso della prima edizione del Red Sea Film Festival, che con Huda’s Salon propone un’occasione inusuale e riuscita di avvicinare sensibilità, temi e generi tanto consueti quanto sempre filtrati da uno sguardo troppo lontano da quello di chi vive la realtà che raccontano.

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Inevitabilmente, la forma tradisce sicuramente la scelta di aprire una porta, e traduce – come sempre, tradendola, di nuovo – quella stessa realtà. Determinare dove sia il confine tra rappresentazione e interpretazione è materia per Heisenberg e i suoi patiti, ma allo spettatore resta sicuramente un risultato interessante e coinvolgente. Nonostante la prevedibilità di alcuni suoi passaggi, non molti.

Il racconto di una popolazione costretta da decisioni altrui a sopravvivere, costantemente tra due fuochi, con la sensazione di non poter mai liberarsi, rende perfettamente la sensazione. Ed è facile empatizzare con le due donne protagoniste. Non esattamente amiche, impossibili da considerare nemiche, visto quanto l’una si preoccupi per l’altra, e la vittima non consideri la sua carnefice come tale, come lei prigioniera di uno stesso sovrastante sistema.

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Si sorride amaro durante le considerazioni sui social media, dalla stupidità con la quale vengono spesso utilizzati alla facilità con la quale siamo disposti a condividere con loro ogni segreto. Ci si vergogna della propria impotenza di fronte al dolore di chi perde diritti, famiglia, libertà senza sapere a chi poter dare la colpa. Agli interessi occidentali, agli storici invasori, alla resistenza, a se stessi, poco cambia. L’impressione è che tutti continuino a cercare di sanare un torto con un altro, senza mai riuscire a fare la cosa giusta. Un equilibrio sapientemente conservato sino alla fine dal regista, che ci lascia davanti a un bivio con l’immagine finale, il solito, tra speranza e disperazione. Augurandosi che ogni spettatore possa portare con sé la soffocante memoria di non aver saputo scegliere.