CANNES 2015: LA RECENSIONE DI “OUR LITTLE SISTER”, PRIMO FILM IN CONCORSO

I legami familiari, quelli insoliti ed estremi e quelli governati da leggi più riconoscibili, sono da anni al centro del cinema del giapponese Hirokazu Kore-da, che due anni fa aveva talmente colpito il presidente di giuria Steven Spielberg con il suo Like Father, Like Son, da spingerlo a pensare a un remake americano.

Al centro di Our Little Sister, che ieri ha aperto la competizione, ci sono tre sorelle di 29, 25 e 21 anni. Sono cresciute con la nonna dopo il divorzio dei genitori e ora vivono sole in una grande casa scricchiolante. Al funerale del padre, che non vedevano da 15 anni, incontrano la loro sorellastra, ormai rimasta sola, e decidono di invitarla a vivere con loro. Comincia così il racconto della vita quotidiana delle quattro giovani donne alle prese con problemi sentimentali, decisioni che fanno sentire la loro urgenza, dolorosi abbandoni, fantasmi del passato, sensi di colpa.

Senza drammi e senza strappi, con un andamento narrativo che molto si avvicina alla vita che tutti noi sperimentiamo ogni giorno. È uno di quei film che potrebbe durare una o quattro ore, se ci entri ti metti comodo e stai a guardare volentieri il percorso di formazione e maturazione delle quattro affascinanti piccole donne.

Alessandra De Luca

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