DOPO 10 ANNI IL DIAVOLO VESTE ANCORA PRADA

Il 30 giugno 2006 usciva nelle sale americane Il diavolo veste Prada. Oggi, dopo dieci anni, ricordiamo il film di David Frankel come un fenomeno storico al confine tra cinema e moda da 300 milioni di dollari, ma allora nessuno aveva previsto la portata del successo. Eccezion fatta per Meryl Streep che per il ruolo di Miranda Priestly, direttrice di Runway, ispirata alla mitica Anna Wintour di Vogue America, contrattò per una paga migliore. E oggi il diavolo continua a vestire Prada. Il romanzo Lauren Weisberger da cui è tratto il film ha ispirato poi un sequel dal titolo La vendetta veste Prada. Il ritorno del diavolo (Piemme), che ha fatto già pensare a una nuova trasposizione cinematografica. Anne Hathaway ne sarebbe contenta.

La diva che il film ha definitivamente consegnato all’élite delle attrici hollywoodiane contemporanee, non smette mai di stupirsi per come ancora oggi la gente la fermi per strada per condividere con lei esperienze di mobbing al lavoro e per ringraziarla per aver dato il buon esempio con la parabola di Andy, il suo personaggio. «Tutti abbiamo avuto un’esperienza così nella nostra vita professionale», spiega l’attrice ricordando, una su tutte, la scena dell’arrivo di Miranda in redazione preceduto dall’ansia dei dipendenti in attesa della valanga di critiche, rimproveri e acide battutine dell’onnipotente direttore. In fondo, «tutti vogliono essere noi», risponderebbe alla giovane attrice Meryl Streep citando la sua Miranda Priestly al ritorno da Parigi. L’attrice statunitense che per il film di David Frankel ha ricevuto la quattordicesima candidatura all’Oscar, la ventunesima al Golden Globe e la nona agli Screen Actor Guild Awards, aveva previsto tutto e aveva accettato la parte senza alcun dubbio. Solo Meryl Streep d’altra parte poteva accettare la parte della cattiva senza temere di giocarsi la simpatia dei fan. Miranda Priestley è, oltretutto, solo un’altra delle innumerevoli maschere di una delle interpreti più camaleontiche del cinema moderno. Così Meryl Streep ha reso eterna Anna Wintour come l’icona della moda oltreoceano, servendosi del nome della firma italiana Prada. «Non l’hai ancora capito? La sua è l’unica opinione che conta» spiega Nigel a Andy. E se nell’ultimo decennio siamo andati al cinema a vedere Coco Chanel – L’amore prima del mito, Yves Saint Laurent, Valentino – The Last Emperor, Dior and I, Sex and the city, fino al fortunato documentario The September Issue, dedicato all’elaboratissimo numero di settembre di Vogue America con Anna Wintour protagonista assoluta, la ragione è da cercare in Il diavolo veste Prada

Il Gordon Gekko della moda, l’unica in grado orientare i gusti e creare le tendenze, Miranda Priestly rivive in quel monologo indimenticabile del film di David Frankel. «Oh, ma certo ho capito: tu pensi che questo non abbia niente a che vedere con te. Tu apri il tuo armadio e scegli, non lo so, quel maglioncino azzurro infeltrito per esempio, perché vuoi gridare al mondo che ti prendi troppo sul serio per curarti di cosa ti metti addosso, ma quello che non sai è che quel maglioncino non è semplicemente azzurro, non è turchese, non è lapis, è effettivamente ceruleo, e sei anche allegramente inconsapevole del fatto che nel 2002 Oscar de la Renta ha realizzato una collezione di gonne cerulee e poi è stato Yves Saint Laurent se non sbaglio a proporre delle giacche militari color ceruleo. E poi il ceruleo è rapidamente comparso nelle collezioni di otto diversi stilisti. Dopodiché è arrivato a poco a poco nei grandi magazzini e alla fine si è infiltrato in qualche tragico angolo casual, dove tu evidentemente l’hai pescato nel cesto delle occasioni. Tuttavia quell’azzurro rappresenta milioni di dollari e innumerevoli posti di lavoro, e siamo al limite del comico quando penso che tu sia convinta di aver fatto una scelta fuori dalle proposte della moda quindi in effetti indossi un golfino che è stato selezionato per te dalle persone qui presenti… in mezzo a una pila di roba».

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