FOXCATCHER: LA RECENSIONE

Id. Usa, 2014 Regia Bennett Miller Interpreti Steve Carell, Channing Tatum, Mark Ruffalo Sceneggiatura E. Max Frye, Dan Futterman Produzione Anthony Bregman, Megan Ellison, Jon Kilik, Bennett Miller Distribuzione Bim Durata 2h e 9′ Vai al sito ufficiale

In sala dal 

12 marzo

Macolpo di fulminerk Schultz è un campione di lotta libera, già medaglia d’oro alle Olimpiadi. Il suo coach è il fratello Dave, altro venerato nume di quello sport. Il primo viene contattato dal plurimiliardario John du Pont perché si trasferisca sulla Costa Atlantica e primeggi nel suo personale team di lottatori. Mark accetta, abbacinato dai modi e dallo stile di vita dell’eccentrico magnate, mentre il più maturo Dave, sposo e padre, rifiuterà. In realtà il carattere di du Pont si rivela progressivamente sempre più stravagante e instabile, senza contare che la sua influenza produrrà effetti deleteri sul fisico e sul morale del campione.

Storia vera, storia nera. Più che una tragedia dello sport, Foxcatcher (il nome del team creato e gestito da du Pont) possiede le torbidità di un (coloratissimo) noir contemporaneo, con il crimine, la follia, le relazioni tra classi opposte, più una Lady glaciale ed enigmatica (la madre, interpretata da Vanessa Redgrave). Davvero, all’interno di una trama che sprofonda in un progressivo e ineluttabile incubo, non sarebbe stato difficile sovrapporre volti e tipi degli anni d’oro di Hollywood (che so, un Robert Mitchum, un William Bendix, un Robert Walker o un Clifton Webb, una Bette Davis anziana). Il grande merito di Bennett Miller è stato quello di averle evidenziate (le torbidità) dentro l’agonismo della palestra, realizzando probabilmente il suo film migliore (anche se Truman Capote e L’arte di vincere erano tutt’altro disprezzabili, anzi!). Tante le nomination ovunque (comprese 5 agli Oscar), ma un solo importante premio vinto, quello peraltro importantissimo per la regia all’ultima Cannes. Tutti hanno poi sottolineato – e giustamente – le performances “eccentriche” rispetto ai loro curriculum di un Mark Ruffalo che ha messo su muscoli e un Steve Carell che, abbandonati i ruoli comici per immedesimarsi in uno psicopatico con inquietante realismo (“Ornitologo, Filatelico, Filantropo” ripete ossessivamente di sé al meno sveglio Mark), ha messo su protesi e si muove con la imprevedibile mutabilità d’umore del folle (dall’affabilità dell’anfitrione charmant a una sempre meno promettente torva estraniazione). Noi però abbiamo adorato anche la fisicità “animale” di Channing Tatum, leggermente rallentato, spesso ingenuo, ma anche determinato a fare bene l’unica cosa che sa fare, proprio come un working class hero. Ovvero combattere sulla pedana.

Massimo Lastrucci