LA SPOSA BAMBINA: LO YEMEN E UN’INFANZIA RUBATA

«Io, Nojoud, 10 anni, divorziata». È il grido di dolore, un sussulto di ribellione delle bambine costrette a diventare donne in un Paese di uomini. Le spose bambine sono quindici milioni nel mondo, una ogni due secondi, in continuo aumento se nessuno mette fine all’incubo dell’infanzia rubata. Nojoud ci è riuscita, per la prima volta una bambina ha interrotto questa pratica millenaria. «Se vorrete conoscere la mia storia, forse anche la storia di sessanta milioni di giovani donne potrà avere un finale diverso», spiega Nojoud che, nel libro omonimo scritto con la giornalista francese Delphine Minoui, racconta l’inferno di una bambina divorziata a soli 10 anni. Così la regista Khadija Al-Salami, sposa bambina a 11 anni, ha deciso di farne un film in sala dal 12 maggio. Uscito in Yemen in modo non ufficiale e ora in Italia come primo Paese di distribuzione, La Sposa bambina ha già vinto 17 premi internazionali tra cui il Dubai film festival ed è stato presentato al Festival dei diritti umani alla Triennale di Milano. Di come il film si ispiri alla storia di Nojoud ma anche alla sua vicenda personale, ce ne ha parlato la regista Khadija Al Salami. 

LA STORIA «Solo ora riesco a parlarne serenamente, senza scoppiare in lacrime e senza vergognarmene». Minuta, all’apparenza fragile ma dallo sguardo forte, Khadija racconta la sua storia con un filo di voce e l’aria di chi ha superato il trauma ma non ha esaurito la rabbia. Come Khadija anche Nojoud, la protagonista del film, viene dallo Yemen, e quando ancora si divertiva con i giocattoli, è stata costretta a sposare un uomo di trent’anni che non aveva mai visto.È stata picchiata. È stata obbligata a rinnegare la sua infanzia. Nojoud aveva paura, voleva giocare, andare a scuola, ma nessuno la ascoltava. Ha supplicato sua madre, sua zia. «Non possiamo fare niente. Se vuoi, vai in tribunale da sola», le hanno risposto. Così, una mattina, Nojoud invece di andare a comprare il pane si è incamminata verso il tribunale di San’a e ha chiesto il divorzio. In un Paese in cui oltre la metà delle spose sono bambine tra gli otto e dieci anni, Nojoud ha trovato il coraggio di dire no.

TRE GENERAZIONI «Mia nonna diceva che una donna nasce o per essere sposata o per essere seppellita», Khadija racconta della fermezza della famiglia di fronte al matrimonio combinato nonostante l’amassero come qualsiasi figlia e nipote. La tradizione a volte è più forte dell’amore. «Quando chiesi a mia madre, che aveva vissuto la stessa situazione, come aveva potuto permettere questo, lei mi disse: “Non pensavo ci fosse altra via”. Dietro a usanze così incivili, ci sono ignoranza, interpretazione sbagliata delle pratiche religiose, povertà e mancanza di leggi». “Education first”, sembra risuonare l’eco di Malala. L’ignoranza è il problema fondamentale, non fa altro che ripetere Khadija che ricorda l’analfabetismo dilagante in Yemen. Così il racconto di un problema attuale viene scambiato per «sfida alla tradizione» che «mette in cattiva luce l’intero Paese sotto l’influenza negativa dell’Occidente. Anche se poi non so quale Occidente loro abbiano in mente». Spesso neanche le persone colte riescono a vedere i problemi reali, le piaghe sociali rimangono invisibili. «A una conferenza organizzata da una Ong in Yemen durante la quale è stato proiettato il mio film, una donna all’apparenza istruita mi ha chiesto:”Perché non hai fatto un film sulla regina di Saba?” Io ho risposto che c’è solo una regina di Saba ma mille spose bambine». Neanche le donne sono consapevoli del loro dramma.

MATRIMONIO COMBINATO, UN DRAMMA CULTURALE Dunque, il matrimonio combinato, o meglio lo stupro combinato, non è solo un problema economico, ma una questione culturale e religiosa, secondo l’interpretazione di religione che gli integralisti vogliono veicolare. «Sono cresciuta con la convinzione che la sharia è un bene, da bambina mi hanno insegnato che l’islam è una religione d’amore che avrebbe liberato le donne. Poi sono arrivati i fondamentalisti dall’Arabia Saudita che hanno cambiato le cose, ma era strano anche per noi». L’islam di oggi è un cieco fondamentalismo in cui Khadija e tanti come lei non si riconoscono. «Così mi sono creata la mia religione». E lo Yemen lo ha lasciato, ha studiato in America e oggi vive a Parigi. Anche Nojoud ha lasciato il suo Paese, ma l’attenzione mediatica l’ha resa una star e si è risposata con il figlio dello sceicco con cui oggi ha un figlio, abbandonando gli studi che Khadija si era offerta di pagare. «La sola cosa che può salvarti è l’istruzione», ripeteva invece Khadija a Nojoud.

IL MESSAGGIO Per questo è allo Yemen che rivolge il suo appello, dove nessuna legge vieta il matrimonio combinato, dove le spose bambine muoiono per lesioni ed emorragie interne, dove le donne sono ancora schiave secondo la legge degli uomini. Da oltre un anno però, lo Yemen è assediato dalla guerra, e acqua e cibo sono diventati prioritari rispetto alle donne. La sposa bambina è una fotografia autentica che si concede solo qualche licenza poetica per rendere più efficace il messaggio. Così Khadija giustifica il ruolo dello sceicco, inesistente nella storia vera, e che decide insieme al giudice della sorte di Nojoud. «Bisogna responsabilizzare gli sceicchi, sono loro i potenti del villaggio. Se sfidi la tradizione è una cosa, se invece porti il cambiamento cambiando anche la tradizione è un’altra». Dunque, raccontare per far capire e provare a cambiare le cose. Per questo Khadija si riempie di orgoglio raccontando che il suo film circola in Yemen su un DVD pirata venduto per strada che la gente corre a vedere. Qualcosa vorrà dire se questa volta tace anche l’opposizione. Un trionfo per il primo film diretto da una donna yemenita che ammette tutti i rischi e le paure di girare un film di denuncia. Khadija ha dovuto affrontare i pregiudizi dei villaggi yemeniti di fronte a una donna regista senza accompagnatore, pagare il prezzo della vita di un uomo morto casualmente sul set, improvvisare una troupe cinematografica, che nel suo Paese non esiste, a partire dalle sue nipoti scelte come attrici. Almeno ora le donne sanno che oltre il velo un altro mondo è possibile. 

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