OZU YASUJIRO: TORNANO IN SALA SEI CAPOLAVORI RESTAURATI DEL MAESTRO GIAPPONESE

Sei capolavori del maestro del cinema giapponese Ozu Yasujiro tornano in sala grazie a Tucker Film distribuzione: si comincia all’Apollo e all’Anteo di Milano, in doppia programmazione dal 22 giugno al 22 luglio, poi la rassegna si sposterà a Roma. Ma perché Ozu è considerato uno dei grandissimi poeti del cinema? Scopriamolo insieme

DI MASSIMO LASTRUCCI

Viaggio a Tokyo
Viaggio a Tokyo

Dei Maestri Assoluti del cinema (che non sono poi tanti), Ozu è senz’altro il più misconosciuto e ignorato, non solo in Italia. Peraltro, questo dal pubblico, non certo dagli addetti ai lavori, visto che in un sondaggio di qualche anno fa effettuato dalla rivista britannica Sight and Sound tra i cineasti, Viaggio a Tokyo è risultato il film più bello della storia del cinema.

Quindi quella della Tucker Film di riproporre nelle sale, a partire da questo giugno, sei suoi capolavori (ne ha diretti anche altri, dal muto a oggi) in edizione restaurata e rimasterizzata, è un’iniziativa che travalica i confini della proposta cinematografica per diventare un evento culturale, assolutamente da non trascurare.

Viaggio a Tokyo (1953) guida così una splendida pattuglia che comprende anche Fiori di equinozio (1958), Tardo autunno (1960), Il gusto del sake (1962), Buon giorno (1959) e Tarda primavera (1949).

Ma perché Yasuhiro Ozu (1903-1963) è considerato uno dei grandissimi poeti del cinema e perché Viaggio a Tokyo è un capolavoro irrinunciabile? Andiamo a scoprirlo.

Fiori d'equinozio
Fiori d’equinozio

Sino al 1978 circa, Ozu era pressoché sconosciuto in Italia (eccettuati i felicissimi pochi che avevano dimestichezza diretta con l’arte e la cultura giapponese). Di rimbalzo dalla Francia era però arrivata una copia di Viaggio a Tokyo, da poco proiettata d’oltralpe che aveva provocato grandissima sensazione e stupore. E si scoprì così (io lo vidi all’allora già leggendario Obraz cinestudio di Milano di Enrico Livraghi) un autore straordinario, commovente, decisamente diverso dai suoi predecessori d’importazione (Kurosawa, Mizoguchi, Ichikawa e poi Imamura e Oshima, tanto per fare nomi illustri). I francesi non avevano esagerato, parlando di un Maestro. E si cominciò così a cercare notizie, informazioni, film.

Venne a galla la sua storia, ragazzo ribelle di buona famiglia e studente svogliatissimo sino alla scoperta del cinema cui si dedicò in toto. L’esordio nel 1927 con La spada della penitenza e quindi un lavoro incessante – 38 film in un decennio – specializzato soprattutto in film con e per i giovani e con il primo film sonoro nel 1936, Figlio unico. Poi lo stop dovuto agli anni di guerra, prima con la Cina, poi con gli anglo-americani. Con il ritorno a casa il suo cinema cambiò. Si raffinò facendosi sempre più terso, profondo e sobrio (proprio il contrario della vita privata, con la sua debolezza per il saké), giungendo a un cinema di sentimenti elevati ed emozioni trattenute. Non per nulla per questa forma di controllo e rarefazione fu definito e con ragione “il più giapponese dei registi giapponesi”, sicuramente il meno facilmente esportabile nonostante la sua apparente leggibilità.

Tardo autunno
Tardo autunno

Come ha scritto Donald Richie (un critico britannico vissuto a lungo in Giappone e quindi tra i primi a conoscerlo e amarlo, lo riprendiamo dal pregevole Breve storia del cinema giapponese di Max Tessier, ed Lindau): «Ozu non si confronta con l’emozione, la sorprende. Più precisamente, limita la propria visione al fine di vedere meglio; una volta posti i limiti, può giungere a trascenderli. La sua arte cinematografica è formale, di un formalismo paragonabile a quello della poesia (…). La particolarità evidente del suo cinema dipende anche dalla sua umanità sobria. Il personaggio di Ozu è uno dei più verosimili personaggi di cinema. E’ un personaggio “soggetto” e non sottomesso alla pressione esteriore di un intreccio. Esiste in sé, spettacolo raro ».

Così nel dopoguerra, in 15 film dal 1947 al 1962, toccò le vette del sublime, raccontando di drammi familiari, di incomprensioni, di distacchi, della dissoluzione della famiglia tradizionale nipponica, senza mai alzare la voce e abbassando il punto di vista, collocando la macchina da presa a pochi decimetri da terra (ad altezza “tatami” ), negando virtuosismi di montaggio, dissolvenze incrociate, ghirighori di movimenti, a favore di riprese fisse o dalle lunghe e lente carrellate, lasciando così che i personaggi rivelassero – anche nei silenzi – tutta la loro complessità di pensieri e desideri.

Fiori d'equinozio
Fiori d’equinozio

Cinema limpido e luminoso che trovò in Tokyo Monogatari (Viaggio a Tokyo appunto) probabilmente il suo vertice, la perfezione (se esiste). Sceneggiato con il fido Kogo Noda (con qualche suggestione da opere precedenti come Figlio unico, Fratelli e sorelle della famiglia Toda o anche Inizio d’estate), il film racconta del viaggio nella metropoli di una anziana coppia di campagna a visitare i figli, scoprendo amaramente che tra questi nessuno ha tempo o voglia di occuparsi di loro, travolti come sono dal caos del quotidiano, con l’eccezione della giovane nuora vedova di guerra. Una riflessione pacata e amara su come il dopoguerra avesse minato le radici culturali e tradizionali del Giappone più del disastro bellico in sé. Trama semplicissima dunque, eppure…la cosa curiosa è che Ozu lo ritenesse “uno dei miei film più melodrammatici”, mentre a noi questo mirabile sforzo di pathos accennato e trattenuto – con la bellezza della natura a fare da muto paragone con l’imbarbarimento del cambiamento sociale – ricorda il rigore di certi film ascetici e laicamente spirituali.

Tardo Autunno
Tardo Autunno

Impossibile rimanere indifferenti a tale capolavoro, dimostrazione della profondità di una mente meditativa estremamente feconda e coerente, da cui prendiamo congedo riportando una delle sue frasi più incisive (la rubiamo dalla biografia per il Castoro di Dario Tomasi): «La mia filosofia quotidiana è questa: nelle cose futili seguo i capricci e le mode; nelle cose importanti seguo la morale; in arte seguo me stesso. Questa è la ragione per cui non ho niente da spartire con ciò che non mi piace ».

Ed è forse per tutte queste ragioni che registi come Tarkovsky, Kiarostami, Jarmush, Scorsese e Wenders (ricordate la visita alla tomba di Ozu in Tokyo-ga?) hanno ripetutamente dichiarato di amarlo e studiarlo tuttora. Ed è per questo che Aki Kaurismaki declamò un giorno, con l’umorismo un po’ guascone di cui è dotato, rivolgendosi forse al suo fantasma: «Ozu-san, sono Aki Kaurismaki dalla Finlandia, ho fatto 11 schifosi film, ed è tutto per colpa sua! ».

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