ROMA AI PIEDI DI RICHARD GERE, CLOCHARD IN “TIME OUT OF MIND”

L’attore americano arriva al Festival di Roma per presentare Time Out of Mind, di cui è protagonista e produttore, la storia di un barbone newyorkese che cerca di ricucire il rapporto con la figlia. «Dieci anni fa ho letto il copione e me ne sono innamorato. Sapevo che volevo farlo, ma non riuscivo a immaginarmelo come film. Il tempo passava e io non riuscivo a togliermi Time Out of Mind dalla testa, poi qualche anno fa è uscito un libro The Land of Lost Souls, scritto da un senzatetto. Lì ho capito come doveva essere il film. Allora ho chiamato Oren Moverman, gli ho mandato il copione e ci siamo trovati su tutto, eravamo sulla stessa lunghezza d’onda ».

Time Out of Mind è una pellicola molto diversa da quelle finora interpretate da Gere. In questo caso al centro non c’è il plot: l’attore non voleva raccontare una storia, ma uno stato dell’animo, un sentimento contemporaneo e universale che non riguarda solo i barboni, ma che il mondo dei senzatetto ci aiuta a capire. «Il sentirsi out of: fuori dal tempo, dallo spazio, dalla comunità, dal modo di vivere e di pensare. Un homeless rappresenta esattamente ciò che molti di noi, se non tutti noi, sentiamo: siamo senza una casa, senza un posto nel mondo, vagabondi alla ricerca di una dimora che non abbiamo ». Durante i ventuno giorni in cui Gere ha girato per le strade di New York vestito da barbone nessuno l’ha riconosciuto, a parte due afro-americani: «Mi hanno detto: “Ciao Richard, che fai?” e hanno continuato a camminare. Non mi ha stupito che a riconoscermi non siano stati dei bianchi. I neri sono molto partecipi, presenti del momento che vivono. I bianchi, invece, vivono in delle cellule, sempre legati ai loro cellulari non guardano più davanti a loro: cosa o chi hanno di fronte ».

Quella di vivere per ventuno giorni come un barbone è stata per l’attore un’esperienza molto forte, che l’ha profondamente segnato, anche se «io non elemosinavo perché avevo fame e questo fa un’enorme differenza ». La cosa che più colpisce del racconto di questi ventuno giorni di riprese è la reazione delle persone alla vista di Gere-barbone: «Quando la gente mi vedeva con la barba, vestito di stracci, a un angolo della strada a chiedere l’elemosina con una tazza da tè tutti immediatamente evitavano di guardarmi, anche se erano ancora a due blocchi di distanza. Nel barbone le persone vedono il fallimento e hanno paura di poter essere contagiati, per questo non lo guardano né lo sfiorano ». Gere precisa che a New York esiste una legislazione unica negli Stati Uniti e forse nel mondo che attribuisce a ogni barbone – nella sola Grande Mela ce ne sono 60 mila, 20 mila dei quali bambini – un letto e due pasti al giorno. «Ora che il film esce in Italia voglio parlare con le ONG locali, sentire qual è la situazione nel vostro Paese e vedere se si può fare qualcosa ».

Flaminia Chizzola

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