WHERE TO INVADE NEXT

L’americano Michael Moore decide di invadere il mondo, da solo, per depredarlo di quelle cose che possono servire agli Stati Uniti in questo momento. Comincia proprio dalla nostra penisola per constatare che i diritti acquisiti dagli italiani in tema di lavoro sono molto più all’avanguardia sindacale di quelli americani. E così via, dalla Francia, all’Islanda, dalla Slovenia al Portogallo, dalla Germania alla Norvegia, dalla Finlandia sino alla Tunisia. E tutte, incredibilmente ma non troppo, hanno una particolarità nella quale eccellono rispetto all’America, ormai – e da tanto – non più così “beautiful”.

Tira una brutta aria su Michael Moore. Dopo anni di innamoramento persino acritico, il popolo cinematografico mostra segni di insofferenza nei confronti della sua provocatoria partigianeria. Ma che in realtà così è sempre stata (dai tempi degli illuminanti e seminali Roger e io o Bowling a Columbine), da cogliere e assumere proprio in quanto stimolo al pensare differente. Anche in questo on-the-road tra le democrazie, con un unico premio preso tra i festival in quel di Chicago (non casualmente, aggiungeremo), è facile cogliere i difetti e le contraddizioni, basti pensare alla visione che il cineasta barricadiero ha dell’Italia che descrive come tutelata, sostanzialmente solare e felice (dagli imprenditori ai sindacati, tutti), il che sappiamo che non corrisponde minimamente al “vero”, anzi siamo piuttosto in regime di brusco arretramento su quel fronte.

In realtà ci si scorda che il suo è il punto di vista di un americano che sta parlando agli americani, per paradossi quasi, servendosi degli amati ed esotici altri Paesi (guardate ad esempio come presenta l’Italia, i suoi personaggi-simbolo: Gesù, Don Vito Corleone e Super Mario!). Del resto lo dice: “La missione è cogliere fiori non erbacce” e perché? Per dimostrare che “il sogno americano è vivo ovunque tranne che in America” e “non c’è bisogno di invadere, basta andare agli oggetti smarriti”. E questo con uno stile da documentario di prima linea, apparentemente alla vada come vada. Il che non è mai così, basti vedere la raffinatezza da consumato regista comedy con cui indugia con la ripresa (spesso e volutamente) quell’attimo di più, a cogliere l’espressione rivelatrice o a obbligare, con humour, a riflettere o dubitare su quel che ha appena mostrato.

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