Resilienza, il viaggio di Paolo Ruffini nella vita che resiste alla malattia

«Le persone resilienti sono quelle che, immerse in circostanze avverse, riescono nonostante tutto, e contro ogni previsione, a fronteggiare le contrarietà, dare nuovo slancio alla propria esistenza e persino raggiungere mete importanti». Così spiega Resilienza, il toccante documentario di Paolo Ruffini che racconta la storia di Alessandro, uno straordinario “resiliente” quattordicenne scomparso per una grave malattia ma che ha vissuto la sua vita al massimo, fino all’ultimo, con entusiasmo e coraggio incrollabili.

Il film, prodotto da Il Nido del cuculo, non ha una distribuzione ma una pagina Facebook sempre aggiornata dov’è possibile seguire le date delle presentazioni di Resilienza in tutta Italia.

Paolo Ruffini ha realizzato il documentario insieme ad Antonio e Andrea, i fratelli di Alessandro, raccogliendo filmati di famiglia ma anche seguendo Ale in ospedale, interrogando i medici che ogni giorno curano i bimbi con gravi patologie nei reparti di pediatria. Per provare a capire. Perché, come dice Ruffini, «è indigeribile che una cellula ad un certo punto impazzisca e faccia ammalare un bambino». Ciò che rende unico Resilienza è il coraggio di Ruffini di porre domande anche scomode che ci avvicinano con emozione inedita alla vita dei bimbi malati, delle loro famiglie, degli esperti. E di allargare il racconto ad altri resilienti di forza straordinaria, come Olga, mamma di due ragazzi “andati via”, come preferisce dire lei stessa, Sammy Basso, il ragazzo ventiduenne di Schio affetto da progerie, una rarissima malattia genetica, o Bruno Arena, il celebre comico dei Fichi d’India colpito da aneurisma nel 2013.

Ruffini, da cosa nasce Resilienza?

Sono sempre stato interessato agli argomenti sociali. In questo caso, però, il papà di Alessandro, Giovanni Cavallini, è anche un carissimo amico e un direttore della fotografia molto abile, per esempio dei film di Davide Ferrario. Ho seguito tutto l’iter ospedaliero di Alessandro. E quando il papà mi ha chiesto: “Aiutami a fare in modo che Ale rimanga più vivo che mai”, insieme agli altri figli Antonio e Andrea ho deciso di produrre questo film.

Come ha pensato di affrontare un argomento difficile e doloroso come le malattie terminali nei bambini?

Da profano, ho deciso di fare agli esperti le domande che chiunque si pone. Quando vedi un essere umano di tre anni, indifeso, che ha un male del genere, ti domandi perché. Quando si perde un genitore si diventa “orfani”, ma se si perde un figlio non c’è alcuna parola che identifichi quella condizione, in nessuna lingua né nel ceppo europeo, né anglosassone. Non volevo trattare l’argomento in maniera scientifica, avrebbe allontanato il pubblico. Ho un’idea di “pop” davvero popolare: una cosa può essere seria e non seriosa.

Da tanti anni coni suoi lavori s’impegna a dare visibilità alla malattia, anche mentale: perché?

Siamo in un paese in cui, se qualcosa non lo vedi, sembra che non esista. Per il mio lavoro posso avere una visibilità un po’ più spiccata rispetto agli addetti ai lavori che si occupano della malattia, quindi mi viene spontaneo cercare di veicolare alcuni concetti. Dal 2005 tengo un cineforum in un centro di recupero per malati di mente, ho realizzato il documentario Peter panico, sugli attacchi di panico. Nel cinema militante di fine anni ’70, uno dei miei film preferiti era Matti da slegare.

Alessandro e Paolo Ruffini

Perché è importante mostrare anche quello che ci addolora di più?

Il cinema può aiutare tantissimo perché riesce a restituire la sensazione intima di quello che persone provano. Bisogna rientrare nei binari della bontà, anche per quanto riguarda il campo del visivo: se ci sono due persone che baciano ci giriamo dall’altra parte, se invece si picchiano le filmiamo col telefonino. Sembra di essere in un film di Cronenberg o Haneke. Invece cinema e video sono forme di comunicazione fondamentali per veicolare temi importanti.

Ultimamente è stato in tournée nei teatri con Up&Down, sul palco insieme a un gruppo di uomini e donne down…

Faccio un “one man show” che si esibisce in un varietà, ma poi loro entrano e sabotano lo spettacolo perché sono più abili di me nella disciplina teatrale. Di disabilità ce ne sono tante e a volte siamo proprio noi a rinunciare alla gioia, ad approcciare la leggerezza e il senso di inclusione. E anche fisicità: loro, per esempio, frequentano molto l’abbraccio. E noi invece siamo più social. Diventa una riflessione sulla società e come, a volte, la vita sia meravigliosa anche se feroce.

È vero che lei è un lettore di Ciak da sempre?

Ho una collezione completa dalla prima copertina Harrison Ford fino al 1998, comprese tutte le schedine. Poi, non avendo più una fissa dimora, non sono più riuscito a collezionarli mensilmente. Sono un grande fan della pagina “weirdo” del mese di Marcello Garofalo e delle recensioni di Massimo Lastrucci. Del resto sono un cinefilo totale, a partire dalla passione analogica: ho un sacco di vhs. Ho letteralmente svuotato un videonoleggio.

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