“ONE MORE TIME WITH FEELING”: LA RECENSIONE

Un personaggio biblico, sospeso tra peccato e redenzione, capace, nei suoi cinquantanove anni di vita, di attraversare dolore, afflizione e pentimento arrivando quasi al punto finale dell’esperienza – la morte – per poi risalire e rinascere attraverso una nuova esistenza. Poco meno di trent’anni anni fa Nick Cave sembrava destinato a finire nell’Olimpo delle rockstar con un biglietto di sola andata: tossicodipendente all’ultimo stadio, la sua fine sembrava questione di tempo, il suo nome l’ennesimo da aggiungere nella galleria dei martiri rock. E invece, dopo un ulteriore arresto per detenzione di cocaina e la disintossicazione alla fine degli anni Ottanta, per lui è iniziata una risalita dagli inferi che non solo gli ha consentito di pubblicare un pugno di capolavori (The Boatman’s Call su tutti) ma, soprattutto, di sopravvivere a se stesso riuscendo anche a rimanere artisticamente rilevante. Insomma, una storia da lieto fine, non fosse che nell’estate del 2015 – improvviso – si è materializzato tutto il dolore che Cave aveva rifuggito per una vita. «Darling, you’re the punishment for all my former sins», cantava negli anni Novanta in I Let Love In, ovvero: «Piccola, sei la punizione per tutti i miei peccati», e la morte del figlio Arthur, quattordici anni, caduto da una scogliera il 14 luglio del 2015 in preda agli effetti di una pasticca di LSD, è sembrata davvero una punizione atroce per quell’uomo che aveva provato qualsiasi tipo di droga riuscendo sempre a ingannare i suoi demoni.

One More Time With Feeling, documentario diretto da Andrew Dominik, cerca di ripartire da lì, cerca di capire come si possa continuare a vivere quando si vorrebbe essere morti, cerca di riflettere su quanto l’arte possa davvero essere importante. «E un giorno in fila per prendere il pane qualcuno ti abbraccia e ti dice di farti forza, che sono tutti con te, e non capisci perché», narra la voce di Cave fuori campo nel film – completamente girato in bianco e nero e in 3D – e minuto dopo minuto, il viaggio dello spettatore è quello dentro il lutto di Cave, evocato, fin dalle prime strofe della prima canzone, Jesus Alone: «You fell from the sky, crash landed in a field near the river Adur. Flowers spring from the ground, lambs burst from the wombs of their mothers». In One More Time With Feeling oltre a Cave ci sono tutti i componenti della band, c’è Warren Ellis, il braccio destro che «cerca di tenere tutto insieme» e poi in una delle scene più belle, un giorno in studio appare la moglie, Susie Bick, e l’altro figlio, Earl, gemello di Arthur. Tutt’altro che una visione facile, il film – che poteva tranquillamente fare a meno del 3D, inutile – è un’opera complessa e dolente, una visione spesso faticosa, destinata però soprattutto a chi ama Nick Cave. Chi non lo ha mai seguito, o lo conosce poco, non troverà molto e rischia di non comprendere nemmeno la grandezza dell’ambizione di Dominik. 

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