IL CIELO SOPRA BERLINO

Ora che ha tagliato il traguardo dei settant’anni – festeggiati lo scorso 14 agosto – possiamo riconoscerlo: anche Wim Wenders è un angelo, un’anima intrisa di poesia che ha cercato di raccontarci la vita al cinema e il cinema nella vita attraverso i suoi film.

Un angelo, proprio come i protagonisti de Il cielo sopra Berlino – premio per la miglior regia a Cannes nel 1987 – che sorvegliano l’esistenza degli uomini cercando di renderla meno ardua. Un angelo che dedica questa pellicola ad altri tre angeli del cinema che l’hanno sempre ispirato: François Truffaut, Yasujirō Ozu e Andrzej Tarkovskij. Ma come arrivò Wenders a girare Il cielo sopra Berlino? Dopo i primi film tedeschi (Alice nelle città del 1973, Falso movimento del 1974, Nel corso del tempo
del 1975) e una parentesi di otto anni negli Stati Uniti in cui aveva realizzato – tra gli altri – un altro capolavoro come Paris, Texas, il regista nel 1986 decise di tornare a casa per girare Fino alla fine del mondo.

Per una serie di problemi però i tempi si allungarono e Wenders cominciò a pensare a un’altra storia ambientata a Berlino. Effettuò una serie di sopralluoghi nella città ancora divisa dal Muro e notò che in diverse zone c’erano delle raffigurazioni di angeli. Per una straordinaria coincidenza, nello stesso periodo le sue letture erano dedicate alle poesie di Rainer Maria Rilke, autore che parla spesso di angeli. Così Wenders decise di contattare l’amico Peter Handke e gli chiese di scrivere un film assieme a lui su questo tema. Lo scrittore, stanco dopo aver appena terminato di scrivere un libro, decise però di dare una mano firmando solo alcuni dialoghi, ma non la sceneggiatura. Certamente però Handke influenzò la scelta del regista di utilizzare nel film la poesia di Rilke, Lied vom Kindsein – ovvero le parole che si sentono all’inizio, «Quando il bambino era bambino, non sapeva d’essere un bambino. Per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime erano tutt’uno» – e che diventarono cornice e leit motiv della pellicola.

E proprio i bambini saranno gli unici che, nel film, con gli occhi dell’innocenza, riusciranno a vedere gli angeli. All’avvio delle riprese Wenders però si ritrovò in mano solo due dialoghi scritti con Handke e qualche idea ancora confusa, cosa che gli procurò uno stato di permanente agitazione e il timore di non riuscire a finire il film. Ai due personaggi principali, Damiel (Bruno Ganz) e Cassiel (Otto Sander), che vegliano dall’alto una Berlino affascinante, ma divisa, si aggiunsero poi a poco a poco gli altri protagonisti: la bella trapezista Marion (Solveig Dommartin, che scelse di non volere controfigure), tanto brava nel suo volteggiare come un angelo quanto ancora sola e senza affetti nella vita; Omero (Curt Bois), memoria storica della Berlino che sta scomparendo, e Peter Falk, il Colombo della tv, che interpreta se stesso, scritturato per un film sul nazismo.

Sia il personaggio di Omero che quello di Falk non erano previsti, ma Wenders ebbe l’intuizione di giustificare il desiderio di Damiel, innamorato di Marion, di diventare umano per capire la vita. Falk, infatti, era stato un angelo e aveva scelto di abbandonare il suo stato per dedicarsi agli altri. Il cielo sopra Berlino venne girato da Wenders in alcuni dei luoghi più significativi di Berlino, come la Biblioteca di Stato, la piazza della Repubblica con la colonna della Vittoria e il Muro. Lavorare all’interno della biblioteca, sempre aperta al pubblico, richiese un lavoro paziente per ottenere un permesso, mentre la produzione continuava a sbattere – letteralmente – contro il Muro: era off limits girare nella zona di confine tra Berlino Est e Ovest, e così ne furono ricostruiti in studio 150 metri. La soluzione vincente del film rimase però un’altra: la scelta cromatica, cioè bianco e nero per il punto di vista degli angeli e colore per gli esseri umani. Nel 1993 Wenders girò il sequel, Così lontano così vicino, mentre gli americani ne fecero un remake nel 1998, City of Angels, con Meg Ryan e Nicolas Cage, che però non ha neppure un battito di quella magica poesia che Wenders aveva saputo regalarci.

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