NEL LABIRINTO DELLA VITA

È difficile provare al cinema tanta alterazione dei propri parametri vitali fondamentali: la velocità del battito cardiaco, la temperatura (reale o immaginaria) del sangue, la frequenza del respiro, la misura di uno stato d’animo psicologico che oscilla tra l’ansia e l’apprensione.

Vedendo Prisoners di Denis Villeneuve ho sperato, contemporaneamente, che il film si interrompesse e che non finisse mai, le due cose insieme. Un sentimento contraddittorio che mi ha colpito, perché inusuale. Questo film scava in profondità nella coscienza e nella mente di chi lo guarda. Ha una atmosfera magica, che ricorda un po’ quella del geniale Mystic River di Clint Eastwood. Quel freddo delle immagini – illuminate qui dal geniale Roger Deakins, storico direttore della fotografia dei fratelli Coen -, quel dramma connesso alla più inspiegabile e torturante delle assenze, quella legata alla sparizione. Quella sensazione spaesante di vuoto, di solitudine, di perdita di senso. Quella intollerabile atmosfera di violenza e di saccheggio nei confronti dei più indifesi del mondo, i bambini. In Prisoners tutto questo è portato, per due ore e mezzo, al parossismo di un racconto, due bambine che spariscono improvvisamente, che già nel suo plot fondamentale precipita lo spettatore nel gorgo dei più potenti archetipi cinematografici: l’assenza, il viaggio dell’eroe, il ritorno, la punizione, il dubbio della coscienza.

Per tutto il film lo spettatore, identificandosi con i padri e le madri, si chiederà se quello che stanno facendo i protagonisti sia giusto o no, sia rispondente o no ad un qualche codice morale rintracciabile nella coscienza di un essere umano. Il tasso di dubbio che attraversa chi vede il film è proporzionale allo smarrimento dei protagonisti, catapultati in una condizione che mette alla prova il loro senso della giustizia e persino dell’umanità. Il mondo visto da quelle giornate di dramma intollerabile, sotto la neve e la pioggia che non smettono mai, sembra una giungla senza regole, un luogo perduto al senso collettivo di etica e affidato alla fissazione, da parte di ciascuno, di una propria idea di giustizia. La figura chiave del racconto è il labirinto, non a caso, diremo noi, luogo finale della saga di Shining. Il labirinto: luogo nel quale ci si perde e dal quale è difficile uscire. Qui il labirinto è anche il prodotto di quella area oscura che è il passato, grumo intricato che non smette di coltivare le sue ferite e le sue tremende vendette.

Il film è un meraviglioso incubo, tanto potente da non lasciarti smettere di navigarci dentro, anche se vorresti con tutta l’anima. Prisoners è anche una bellissima gara di recitazione tra Jake Gyllenhaal e Hugh Jackman, personaggi opposti e simili. C’è anche un magnifico Paul Dano nella parte di un povero essere umano, straziato dalla ferocia delle ferite del tempo e del dolore. Credo che, parlando dei non italiani, Denis Villeneuve, con Steve McQueen, i fratelli Coen, Wes e Paul Thomas Anderson, Sam Mendes, Christopher Nolan e molti altri siano la dimostrazione che esiste una materia che resiste al tempo più dei ghiacciai del Polo Nord: il talento e la capacità di raccontare ed emozionare.

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