CIAK LEGENDS: LINO VENTURA UN ITALIANO A PARIGI

Potremmo dire che Lino, ovvero: Angiolino Giuseppe Pasquale Ventura – Parma, è un attore che nasce dalla strada. E certo non sbaglieremmo, non solo per le caratteristiche fisiognomiche: ovvero quel corpo robusto e piantato, quel viso grosso ma non grossolano, magari indurito dai colpi della vita e da cui non è mai estranea una certa bonomia d’animo e la limpidezza dello sguardo che rivela la sua profonda integrità d’animo. Non solo per questo, dicevamo, ma è perché è stata proprio la strada a fargli da maestra, emigrato a 8 (o 10) anni a Parigi, indaffarato in mille mestieri per aiutare in casa e poi campione di lotta greco-romana e poi libera (con lo pseudonimo di Angelo Borrini) sino all’abbandono dal ring ad appena 31 anni causa una doppia frattura alla gamba. ascensore-per-il-patibolo- Divenne attore senza crederci. 34enne massiccio con i suoi 90 chili, si presentò con poche attese a un provino per Grisbi (1953), il futuro grande successo di Jacques Becker. Fu nientemeno che il divo Jean Gabin a notarlo: «Va benissimo. È il tipo che ci vuole!». E fu sempre il grande amico Gabin a spronarlo, a imporlo ad altri registi, comprimario spalluto in tanto polar (tra cui Ascensore per il patibolo 1957 di Malle) sino al ruolo che “attenzionò” i critici, il potente Asfalto che scotta (1959) di Sautet.

Da lì fino alla morte, praticamente solo ruoli da protagonista, sempre più raffinato nella compattezza fisica così popolana e finto rustica. Lavorò benissimo con Melville e con tanti artigiani di culto (Enrico, Giovanni, Verneuil). Lelouch con L’avventura è l’avventura (1972) e Molinaro con Il rompiballe (1973), evidenziarono il suo lato comedy – perché a dispetto della grinta e della sobrietà, Lino aveva il dono dell’umorismo e dell’autoironia – Pinoteau quello sentimentale (l’enorme successo di Lo schiaffo, 1974 con una giovane Adjani in fiore e un leggendario manrovescio che Ventura riuscì a dare solo dopo training e qualche ricordo familiare). La sua popolarità, immensa in Francia (nelle classifiche di popolarità negli anni Settanta era il primo – aveva vinto anche un David di Donatello e un Premio a San Sebastian per Una donna e una canaglia di Lelouch – e negli Ottanta secondo solo a Depardieu), si allargò anche in Italia (di cui ha sempre mantenuto la cittadinanza), specie con Rosi per Cadaveri eccellenti (1976). Morì improvvisamente, per infarto, poco prima di iniziare le riprese di I giorni del commissario Ambrosio di Corbucci, sostituito da Ugo Tognazzi. Asfalto che scotta

Come ha scritto Maurizio Schiaretti nella biografia scritta per ed. Battei, «non è stato lui a scegliere il cinema, è stato il cinema a scegliere lui». Lino, da schivo e introverso, anteponeva sempre la famiglia, con la moglie Odette da cui ebbe quattro figli, una affetta da autismo e spendendosi per i bambini più disagiati con l’associazione da lui fondata e battezzata Bucaneve. Ma il cinema aveva imparato ad amarlo, eccome: «Questo mestiere è un vero virus e tutte le mattine ringrazio il destino perché non c’è nulla di più meraviglioso che fare qualcosa che ti appassiona». E aveva imparato presto ad accompagnare la sua imponente, fotogenica presenza a una non-recitazione fatta di sentimenti compressi, di collere trattenute, di gesti misurati. Sempre senza compromessi e sempre scegliendo i ruoli consultando la moglie, con un criterio preciso: «Sarei incapace di interpretare un assassino sanguinario, un malato mentale, un sadico o un seviziatore di bambini».

I SUOI TRE FILM CULTO

ASFALTO CHE SCOTTA (1959) di Claude Sautet. 

Fuga e tramonto del pericolo pubblico n. 1 di Francia, Abel Davos. Un gangster che non è una belva crudele, anzi per la sua fedeltà all’amicizia e alla famiglia, risalterà limpidamente, nonostante la sua pericolosità. Da un romanzo di Josè Giovanni (che in prigione c’era stato veramente per 11 anni), che lo stesso Ventura fece leggere a Sautet, un grande polar, impreziosito dalle virili e sontuose interpretazioni dei due protagonisti.  Tutte le ore feriscono... l'ultima uccide 

 TUTTE LE ORE FERISCONO… L’ULTIMA UCCIDE (1966). Di Jean-Pierre Melville. 

L’evaso “Gu” Minda evade e si vendica. Sempre in fuga progetta poi a Marsiglia un colpo formidabile che però costerà la vita a due motociclisti. Il commissario Blot sospetta subito di lui e gli darà caccia spietata. Per molti il capolavoro assoluto del regista. I critici francesi paragonarono il maiuscolo “potente avventuriero” Ventura ai più grandi del passato, a partire da Gabin e Spencer Tracy. Con il regista, Lino si replicherà con l’ottimo e purtroppo tagliuzzato L’armata degli eroi, nel 1969.

CADAVERI ECCELLENTI (1976) di Francesco Rosi. 

Sicilia, probabilmente: l’Ispettore Amerigo Rogas indaga sulla strana morte di alcuni magistrati. Ma la matassa, invece di dipanarsi, si complica, con finti colpevoli, deviazioni, omicidi nella capitale. Da Il contesto di Sciascia, un para-giallo politico su un possibile complotto eversivo (tema in voga allora nella penisola). Grandi polemiche in patria (ora è invece inserito nella lista dei 100 film italiani da salvare) e proiezione straordinaria a Cannes. Ventura è il condensato di tutte i poliziotti e i commissari da lui interpretati negli anni: impeccabile nel suo impermeabile d’ordinanza e indignato.

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