I LUOGHI DELL’ANIMA DI WALTER VELTRONI: “FULL METAL JAZZ”

Un professore di musica severo e maniacale fino al sadismo, un allievo determinato a resistere e ad imparare che sfiora l’autodistruzione: è  Whiplash, di Damien Chazelle, un apologo sul potere e la competizione

whiplashIn certi momenti Whiplash sembra un film dell’orrore. Non Wes Craven, non l’horror dei mostri o degli sbudellamenti ma quello delle sofferenze psicologiche indicibili. Un ragazzo, vita triste, un padre inutile e una madre fuggita quando era piccolo, ha come sogno quello di suonare la batteria , in particolare la musica jazz. Si iscrive ad un corso per farlo. Ha talento, voglia, spirito di abnegazione. Conosce il jazz e lo ascolta, cercando sapere e ispirazione. Si sente solo, ma in fondo quasi tutti i migliori suonatori di quella musica lo sono stati. Il jazz è, per sua stessa natura, il massimo della libertà, della scomposizione e ricomposizione, dell’improvvisazione aperta ed eclettica.

whiplashMa per suonare bene quella musica libera sembra sia necessario attraversare il dolore. Persino perdersi, farsi del male, soffrire. Charlie Parker, Chet Baker e tanti altri sono passati, suonando in modo meraviglioso, per quelle stanze buie. Sembra saperlo il professore principe della scuola, che seleziona i migliori dei corsi per formare l’orchestra dell’Università. È un uomo orrendo, cattivo come pochi, diabolico nella sua perfidia. Assomiglia certo più all’ istruttore di Full Metal Jacket che al professor Holland interpretato da Richard Dreyfuss in Goodbye Mr. Holland. La citazione del film di Kubrick è esplicita, quando il professore chiama uno dei ragazzi, che sta umiliando davanti agli altri, «palla di lardo ».

whiplashLa sua autorità si fonda sul terrore, come nelle scuole di una volta. E sulla lucida follia di chi, sentendosi investito di chissà quale missione estetica, crede di essere autorizzato a distruggere le vite delle persone. Esiste davvero, nella realtà, gente così. Per tenere sotto pressione il suo gruppo il professore mette i ragazzi l’uno contro l’altro. Fa sì che arrivino a odiarsi. In fondo sta mettendo in campo una delle grandi priorità del nostro tempo: la competizione come sopravvivenza, la trasformazione dell’altro in un concorrente pericoloso. Il professore sbertuccia, umilia, gioca sulle debolezze umane, inganna. È, per me, la quintessenza di quello che nella vita non bisogna incontrare. Mi ha ricordato, nel modo in cui tortura psicologicamente quei ragazzi di talento, il dentista nazista de Il maratoneta, di John Schlesinger.

whiplashTutto è buio, in questo film. La luce è rara, come si addice ad una storia “dark” come questa. Il protagonista vive per suonare ma rischia di morire, per suonare. È un burattino nelle mani del grande manipolatore, capace di cattiverie gratuite, capace di far ripetere cento volte tre note o di far piangere chi le suona. In realtà non sembra appassionato alla qualità della musica, ma al proprio dominio psicologico sugli altri. Insegna potere, non musica. È uno dei personaggi più sgradevoli che mi sia capitato di incontrare, al cinema. Nella vita vera c’è persino di peggio. Ma è proprio qui la bellezza del film, la sua forza narrativa. Parla di jazz, musica libera. Ma in realtà sta parlando di questo tempo cinico e competitivo e della difficoltà, per anime piene di talento e fragilità, di farsi strada nella giungla. È un apologo, Whiplash, non uno dei tanti film sul jazz o sulla musica. Lo spettatore che lo guarda sappia che questa volta deve ripetersi, mentre il professore cerca di dimostrare che la forza è l’unica cosa che oggi conti, che è valido un vecchio ammonimento. Non è di un ragazzo triste che questo film parla. No, «de te fabula narratur ».

 

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