IL RING: “TRUE DETECTIVE 2”

Amata o odiata, lodata o sbeffeggiata: la seconda stagione di True Detective ha aperto un dibattito ancora lontano dal placarsi. Ma chi ha ragione? Nessuno. Anzi, tutti. E allora ecco due giornalisti di Ciak fronteggiarsi sul ring.

SI
di Emiliano Dal Toso

True DetectiveDiscussa, criticata, offesa. Inadatta al pubblico standardizzato che trova la sua ragion d’essere nello storytelling. La seconda stagione di True Detective ha disatteso le aspettative di chi desiderava un remake della prima stagione, o perlomeno qualcosa di simile; non ha convinto né i fedelissimi delle serie tv, rinunciando ad assumere identità modaiole e a nascondersi dietro pose, né chi pretende che ogni storia debba essere compresa, avere una chiusura del cerchio; lo showrunner Nic Pizzolatto non si è trattenuto: più personaggi, più marciume, più mal di vivere. Tra il quarto e il quinto episodio, la sensazione è di spaesamento: non sono sufficienti la messa in scena e la prova di tutti gli attori per levarsi di dosso lo smarrimento narrativo. Risultano evidenti i riferimenti letterari e cinematografici: c’è tanto, troppo Ellroy nella penna di Pizzolatto (L.A. Confidential, Il grande nulla), ai limiti del plagio, oltre ad ambienti e suggestioni saccheggiati da Vivere e morire a Los Angeles. Ma c’è anche un pessimismo cosmico a cui si può abbinare il miglior cinema americano di sempre, quello a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta (il protagonista Ray Velcoro è un parente stretto di Harry Caul ne La conversazione e di Harry Moseby in Bersaglio di notte, entrambi interpretati da Gene Hackman). L’operazione di vivisezionare episodio per episodio, senza avere uno sguardo d’insieme, non si è mai rivelata tanto sbagliata come questa volta: non si è mai visto un prodotto tv così complesso e sfumato, così cinematograficamente denso. Qualcosa di archetipico e sontuoso, classico e disperato: personaggi neri, oscuri e autodistruttivi come Ray Velcoro, Ani Bezzerides, Paul Woodrugh e Frank Semyon si portano dietro una pesantezza esistenziale che ha poco a che fare con il mainstream, l’audience, i social network. Ancor più che nella prima stagione, un senso globale di malattia pervade ogni sequenza: non c’è spazio per la battuta che smorza, e nemmeno per le dinamiche tipiche da buddy movie che caratterizzavano i personaggi di Matthew McConaughey e Woody Harrelson. Non si ride mai, malgrado la presenza di Vince Vaughn. A volte, ci si annoia. Eppure, True Detective 2 possiede quelle componenti fondamentali perché venga considerata, con il passare del tempo, un capolavoro: rappresenta la volontà di andare oltre, di rifuggire da ogni carineria, di raccontare i demoni dell’Uomo con ancor più veemenza. Ponendo al centro il rapporto tra genitori e figli, perché da quello non si scappa. Ribadendo l’impossibilità di fuggire ai conti con se stessi, alle proprie dipendenze, e rispondendo alle conseguenze delle proprie azioni. E compiendo sempre un ultimo romantico gesto, prima di andare incontro a un destino già scritto.

NO
di Laura Molinari

True Detective 2Ammettiamolo. La seconda stagione di True Detective era il titolo più atteso dell’ultima stagione tv. Erano tutti davanti allo schermo: i fan della prima stagione e chi invece il fenomeno lo aveva percepito solo via internet o in ufficio. La serie di cui tutti parlavano doveva dimostrare di essere all’altezza della fama. Il rischio era alto: si poteva bissare il successo precedente o andare incontro ad una sonora sconfitta. Lo show di Nic Pizzolatto doveva fare il grande salto per entrare nell’olimpo dei cult, ma ha finito solo per saltare lo squalo proprio nel passaggio tra il secondo e il terzo episodio. Francamente un cliffhanger tanto furbo quanto pretestuoso non si vedeva dai tempi di Dallas. Un riferimento non voluto (si spera!) che stride con le numerose citazioni cinematografiche della serie. Rimandi eccellenti che a volte però sono collocati nella trama quasi a forza: il citazionismo deve impreziosire l’opera e non diventare un’ostentazione manieristica.Un film, un libro, uno show televisivo sono davvero buoni se funzionano su più registri. Innanzitutto la storia deve convincere tutto il pubblico. Cogliere i riferimenti nascosti sarà poi un gioco accattivante a cui potranno dedicarsi i cultori del genere. Nessuno chiedeva di ripetere i fasti della prima stagione, ma almeno di trovare dei protagonisti che non ci facessero sentire troppo la mancanza di Rusty Cohle (Matthew McConaughey) e Marty Hart (Woody Harrelson). Questa volta Pizzolatto ha dato vita a Ani Bezzerides, Paul Woodrugh, Ray Velcoro e Frank Semyon. L’autodistruttività e la pesantezza esistenziale si sono moltiplicate per quattro, ma anche la noia. Le dinamiche da buddy movie della prima stagione servivano allo spettatore per empatizzare con i protagonisti, in particolare con Cohle e il suo ostico filosofeggiare. L’ironia di Marty era una boccata di ossigeno in situazioni altrimenti stagnanti quanto le paludi della Louisiana. Nella nuova stagione questo genere di interazione tra i personaggi manca totalmente. Così tutto precipita in un’oscurità senza speranza. Forse aveva ragione Nietzsche: «Se guardi a lungo dentro l’abisso, l’abisso guarderà dentro di te ». Ed anche per Pizzolatto non c’è stato scampo.

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