TFF2015: “JOHN FROM”, UN RITRATTO SURREALE DELL’ADOLESCENZA

In Concorso al Torino Film Festival c’è una pellicola a metà tra fantasia e realtà diretta dal portoghese Joao Nicolau.

JOHN FROMIl così detto filone dei coming of age – film con protagonisti problematici e taciturni adolescenti che nel corso del film stesso maturano portandosi su di un altro scalino della propria vita – sembra essere il genere che più va per la maggiore tra i nuovi autori del cinema internazionale. Tra loro, anche il portoghese Joao Nicolau (classe ’75) che, dopo i suoi due primi lungometraggi (A Espada e a Rosa portato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2010 e il più recente Gambozinos), dirige, in una Lisbona periferica, dove il sole sbatte sul cemento e le giornate vanno avanti su di uno stanco caffè e una chiacchiera ai giardini, l’adolescenziale John From. Titolo anglosassone, impatto e produzione portoghese ma opera dal sapore, per così dire, mondiale, perché la pellicola, racconta di Rita, una quindicenne che trascorre quelle lunghe giornate insieme alla sua amica Sara, tra messaggi in codice scambiati per mezzo di biglietti e annoiate passeggiate nell’agglomerato residenziale in cui vivono. E poi hanno i loro amori, le loro cotte, i loro baci scambiati (teneramente) in una festicciola serale. Ma Rita, sarà per noia, sarà per curiosità verso un mondo più grande di quello che conosce, finisce per invaghirsi del suo vicino di casa, un quarantenne fotografo (con bimba a carico) appena tornato da un viaggio in Melanesia, nella lussureggiante Papua Nuova Guinea.

JOHN FROMC’è da dire che John From, con la fotografia del film splendidamente granulosa e sporca che ricorda i 16mm degli anni ’70, è un sì un film coming of age, ma è anche un film che approccia al tema in modo del tutto anti-convenzionale. Lo fa per stile, dato che Joao Nicolau spacca il film in tre segmenti, con una prima parte in cui la noia (quasi il motore degli eventi) è raffigurata in modo esemplare, con spazi dilatati, silenzi infiniti e computer accesi navigando nel nulla – del resto, come tutti i pomeriggi di periferia per un quindicenne ”libero” per tre mesi dai libri di scuola – , portando lo spettatore nel mondo della protagonista Rita, interpretata con bravura dalla giovanissima Julia Palha. C’è, poi, la parte centrale, quella transizione, metaforica e visiva, di una certa crescita di Rita, in quanto si ritrova ad avere a che fare con la prima (vera) cotta, seguendo la sua “preda” tra gli scaffali del supermercato, spiandolo dal balcone di sopra. Joao Nicolau rappresenta quest’innamoramento nel modo più tipico per una quindicenne, però spostando la lancetta sul proibito, sull’inaccessibile. Sul più grande, di lei e delle giornate che conosce.

JOHN FROMEcco che entra in scena la terza parte di John From (il titolo riprende la figura del Culto del Cargo sull’isola di Tanna: Jon Frum, un misterioso soldato che durante la Seconda Guerra Mondiale si stabilizzò nell’Arcipelago delle Nuove Ebridi, consegnando, insieme alla truppa via aerea, cibo e beni materiali), ovvero quella astratta, fiabesca, onirica. Perché le giornate dell’invaghita Rita cambiano drasticamente e, a metà tra immaginazione e realtà, l’annoiato palazzo pare diventare la Papua Nuova Guinea. Il potere della fantasia, quindi? Il filtro dell’amore teen davanti gli occhi? Che aberra la realtà delle cose per colorarle di vita? Oppure il regista che si è lasciato andare in un gioco troppo immaginifico che sbiadisce i confini allegorici? Forse, tant’è che John From diventa, con la terza parte, indecifrabile, lasciando il dubbio che sia tutto ma anche l’opposto di ciò.

Damiano Panattoni

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