“The Handmaid’s Tale”: l’intervista a Elisabeth Moss

«Non chiedetemi di raccontare questa storia. È indescrivibile». C’è ancora un filo di rossetto anni Sessanta sulla bocca di Elisabeth Moss, la Peggy Olson della serie Mad Men, dove interpreta la prima donna copywriter in un’agenzia pubblicitaria dopo la Seconda Guerra Mondiale. Elisabeth ha appena vinto l’Emmy Award come miglior attrice protagonista nella serie drammatica The Handmaid’s Tale, che ne ha conquistati in tutto otto. In Italia vedremo la miniserie a partire dal 26 settembre su TIMvision.

«Quando presenti al mondo qualcosa di innovativo come The Handmaid’s Tale, un’identità prima o poi te la crei. Non cerchi un ripiano già preso», dice a Ciak la protagonista. «A pensarci bene… Chi la vuole un’etichetta?». Il produttore esecutivo Bruce Miller sostiene di aver scelto Elisabeth per l’intelligenza e il volto che unisce il mestiere di armatrice di vela e gli occhi del futuro. Il romanzo distopico della canadese Margaret Atwood, da cui è tratta la prima stagione, è uscito in America in piena amministrazione Reagan, sotto l’ondata di proteste per i diritti civili e lotte femministe.

Trentadue anni dopo, la Repubblica di Gilead, regime totalitario di matrice cristiana che ha di fatto scalzato gli Stati Uniti d’America, è l’attualissimo alveare del patriarcato. Qui le donne sono ridotte a concubine e assegnate alle colonie dei Comandanti. Stuprate, mutilate. Il loro unico scopo è generare figli e ripopolare il mondo. «Atwood è venuta sul set e ha dato l’antiruggine alle nostre paure», sorride Elisabeth. «La storia prende vita in un mondo alternativo. La società ha scelto di farsi giustizia ricorrendo alla legge marziale, il tasso di fertilità nelle donne è crollato».

Moss interpreta June, rinata schiava con il nome di Difred. Anche il suo destino è quello di procreare e consegnare bambini a coppie che non possono averne. Finito il martirio delle domestiche, i padroni di casa prendono il neonato. Il Comandante che cattura June è Waterford (Joseph Fiennes) con il quale l’Ancella svilupperà un legame ben più complesso della sottomissione. «The Handmaid’s Tale è tante cose insieme,non possiamo metterlo nel box del  femminismo né dire che sia distopico e politico. Ha l’oscurità degli horror e delle verità terribili, al tempo stesso ti sorprende con l’umorismo e le storie d’amore e di passione. Ci sono attimi di grande ispirazione, commozione e positività, altri in cui senti mancare la speranza. Per come la vedo io, la serie funziona perché sa condurre lo spettatore verso una luce».

Alla parola “sfida” Elisabeth spalanca gli occhi: «Tutta la creazione di questa serie è stata un’impresa, non un tassello in meno». E spiega: «Per la televisione sono stata la figlia più piccola del presidente in West Wing – Tutti gli uomini del Presidente, una detective per Top of the Lake scritta da Jane Campion… Mi sono sempre mossa tra impegno politico e femminismo, arte e diritti, perché credo che le cose possano procedere insieme. Quello che non avevo mai esplorato prima era il ruolo di una donna a cui è proibito parlare e mostrare i propri sentimenti. Come attrice, la mancanza di comunicazione mi affascina, ma il vero ingrediente in The Handmaid’s Tale è il pubblico, cosa crede che le Ancelle pensino dentro quello scafandro ammutolito. Nel corso della stagione, June e Difred diventano la stessa persona, le due donne si compenetrano, tra un flashback e l’altro».

La responsabilità di una parte così nota, dice, «l’ho sentita dopo aver letto a fondo le pagine di Margaret Atwood». Il suo caravan di Ancelle, Comandanti dei Fedeli, Nondonne, Marte, Occhi, Custodi, Angeli, Mogli, Zie,
Economogli e Prostitute «è un fenomeno letterario straordinario e molto moderno. In gioco c’è la moralità degli uomini». Elisabeth Moss ne è rimasta così coinvolta da diventare produttrice esecutiva della seconda stagione: «Tredici nuovi episodi. Tredici modi per ricordarci di stare sempre dalla parte della libertà».

Filippo Brunamonti

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