TORINO FILM FESTIVAL: “GOD BLESS THE CHILD”, I BAMBINI CI GUARDANO

A metà tra fiction, reportage e documentario, in Concorso al Torino Film Festival c’è God Bless the Child, con protagonisti (quasi inconsapevoli) cinque fratelli, dai tre ai quattordici anni, lasciati soli per una giornata da una complessa e assente figura materna…

God Bless The ChildNo, non è un omaggio all’omonimo e famoso pezzo di Billie Holiday. God Bless the Child è, invece, la giornata – sarebbe interessante capire quanto vera e quanto finta – di cinque fratelli, dai tre ai quattordici anni, riassunta in un film, che pare però anche un documentario, un reportage, una cronaca. Dunque un linguaggio ibrido, senza filtri, quasi istintivo. Silenzioso ma contemporaneamente marcato e prorompente. Il film, diretto da Robert Machoian e Rodrigo Ojeda-Beck (gli stessi di Forty Years from Yesterday, presentato a Locarno nel 2013), infatti ha per “liberi” protagonisti Elias, Harper, Arri, Ezra, Jonah e i loro due (pazienti) cani, lasciati soli da una madre che non si vede mai, in una casa in cui nulla è dove dovrebbe essere. Infatti, questa abitazione “a schiera” della California, in cui il disordine e il confuso regnano sovrani, diventa e appare come un microcosmo, una sorta di giungla per i piccoli, dove posso sfogarsi, giocare, piangere, lottare. E, perché no, confrontarsi e imparare.

God Bless The ChildPrivi di freni, chiassosi e un filo cattivelli (come solo i più piccoli sanno essere), eppure ”regolarizzati” con amore e comprensione dalla sorellina più grande, Harper – che, a quanto fa trapelare la sceneggiatura, quando il lungometraggio ridiventa cinema, pare sia abituata a fare da mamma, prima che sorella – , questi quattro bambini vengono seguiti e inseguiti da un’incessante macchina da presa, che disdegna il montaggio, la musica e tutto ciò che di artefatto c’è in una messa in scena, mostrando allo spettatore un insieme nudo (e crudo, per certi aspetti) di momenti, che partono all’alba e terminano con un altro, riuscito, lucidissimo attimo di cinema. Come detto God Bless the Child, praticamente girato no-budget, fa domandare in diverse riprese se quello mostrato sia stato scritto oppure no e, pensando che la sceneggiatrice è Rebecca Graham, mamma dei ragazzi e moglie del regista Robert Machoin, l’opera intera risulta ancora ed estremamente più curiosa, sia per gli intenti iniziali sia per ciò che, alla fine, va a mostrare, facendo risaltare proprio la figura materna assente, quella che sparisce sgommando all’inizio e risulta irreperibile tutto il giorno, che (all’apparenza) quasi non viene considerata (se non dalla più grande). Ma che invece, a guardar bene, è dolorosamente e indispensabilmente invocata. Ed è qui che God Bless the Child si fa cinema, piccolo, vero e malinconico.

Damiano Panattoni

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