GIOVANNI VERONESI: “LA MIA CUBA”

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Non è un paese per giovani, il nuovo film di Giovanni Veronesi girato a Cuba uscirà al cinema il 23 marzo. Intanto però è stato presentato al Chinese Theatre di Hollywood a Los Angeles Italia, il festival prodotto da Pascal Vicedomini. Ma com’è stato girare all’Avana? Il regista ce lo racconta in un diario in esclusiva: la versione completa sul numero di Ciak in edicola il 28 febbraio!

DI GIOVANNI VERONESI

Insomma, Cuba. Finalmente dopo tanta attesa, nella vita, atterro all’Avana. La prima sensazione che ho è quella di una terra di frontiera. Vedo gente che contratta, che si abbraccia dopo tanto tempo, polizia, prostitute e fermento, molto fermento. A me le vacanze hanno sempre messo in moto una certa tristezza, con quell’entusiasmo pilotato che si portano dietro. Quando vedo un canotto legato sul tetto di una macchina gonfia di bagagli e speranze, mi viene da piangere. In realtà, io sono un privilegiato: con il mio lavoro, mi permetto il lusso di viaggiare solo quando faccio un film. E stavolta, il film è qua, a Cuba, nella terra del Che (anche se lui era argentino e i cubani non gliel’hanno mai perdonato). Dopo un’esperienza di tre anni di radio e telefonate quotidiane con i ragazzi che sono scappati da un’Italia senza più occasioni, ho deciso di farne un film, credo l’unico al mondo tratto da una trasmissione radiofonica. E decido pure di mettergli lo stesso titolo, Non è un paese per giovani.

Tra tutte le storie che mi raccontano, uno spunto mi colpisce in modo particolare: a Cuba, in questo momento, uno degli affari più proficui è il wi-fi. Il governo assegna in questo periodo wi-fi gratis solo in alcuni punti dell’isola, ed è chiaro che tutte le attività commerciali intorno a quelle zone, improvvisamente, guadagnano dieci volte tanto. Quindi, business. Un militare del governo, intervistato da me, dopo aver letto il copione che trattava appunto di questo, mi dice che quella è una storia inverosimile perché l’assegnazione del wi-fi è casuale e non esiste alcun tipo di corruzione dietro a questa “speciale innovazione”, così la chiama.

Vabbè che io sono italiano e vengo da un ventennio in cui la corruzione l’ho vissuta pure quando respiravo, però al fatto che quell’operazione fosse proprio del tutto casuale non ci ho mai creduto. E infatti, passando là più di 2 mesi me ne sono accorto. Oggi Cuba, penso sia il posto più corrotto del mondo. È governato dai militari a “fine fedeltà” di regime e dai tassisti senza scrupoli che guadagnano cento volte più di un medico. Tanto è vero che un dottore che mi ha fatto una puntura di cortisone dopo che una famiglia di ragni aveva deciso di albergare nei miei pantaloni, mi ha detto: «facciamo in fretta che alle 4 mi comincia il turno». Pensavo ad un turno medico e invece intendeva il turno da tassista. Anche lui, come tanti laureati, ad un certo punto della giornata, molla il camice e si mette in macchina a trasportare turisti, guadagnando in una sera ciò che guadagnerebbe in un mese di duro lavoro.

(…) Però il pueblo è forte. Il popolo, quello veramente povero, quasi tutto nero, quello è davvero speciale. Ci accoglievano nelle loro case con una gioia e una generosità uniche. Una volta sono entrato in una casa particular gestita da una vecchia signora che ci ha offerto il pranzo a tutti i costi. La cosa incredibile, che volevo mettere nel film ma poi ormai non avevo più spazio, è che era sposata con un signore di Crotone di circa settant’anni che tenevano chiuso in una stanza perché logorroico. E quando me l’hanno detto io ho voluto conoscerlo per forza. La signora e le figlie mi sconsigliavano, dicendo che poi non la smetteva più di parlare della sua vita, raccontava di quando era arrivato qui negli anni Settanta e insomma che non avrei più avuto un mio spazio vitale, perché lui ci avrebbe parlato sopra, ed era per quello che lo tenevano chiuso là dentro quando c’erano visite. Ma io ho insistito ovviamente e loro, anche se a malincuore, hanno aperto quella porta.