Berlinale 2021 – La doppia faccia dell’Europa

Alla Berlinale emergono le contraddizioni del Vecchio Continente, diviso tra intolleranza e integrazione.

Raccontare la scuola sullo schermo significa osservare attraverso un microcosmo dai confini ben definiti la società intera, con le sue dinamiche, le sue contraddizioni e i suoi conflitti. E proprio nei giorni in cui le aule restano senza studenti a causa della pandemia (o della sua cattiva gestione), sugli schermi virtuali della 71esima Berlinale arriva in concorso il bellissimo documentario di Maria Speth, Mr. Bachmann e la sua classe, che in 217 minuti (si, avete letto bene, sono 3 ore e 37 minuti, ma volano via) segue il lavoro di un maestro e dei suoi studenti dai 12 ai 14 anni che nella scuola Georg-Büchner-Gesamtschule, nella regione del North Hesse, in Germania, non si occupano solo di tedesco e matematica, inglese e geografia, ma di tutti quei valori fondativi di un nuovo umanesimo.

Il mix culturale, razziale e religioso della scuola riflette quello della città industriale di Stadtallendorf, dove vivono 5mila musulmani e dove il 70% degli abitanti sono immigrati, il 25% non ha cittadinanza tedesca e molti giovani non parlano ancora la lingua locale. Nella classe di Mr. Bachmann ci sono, tra gli altri, marocchini, turchi, russi, bulgari, e anche italiani. A dispetto delle differenze che li separano, questi ragazzi studiano, anche se con modelli decisamente poco convenzionali, discutono su temi socialmente rilevanti, imparano a conoscersi e rispettarsi, a decifrare le emozioni degli altri, ad affrontare ansie, frustrazioni, a gestire la propria aggressività, la paura di non essere all’altezza della situazione, la pressione di una società che chiede loro risultati. Riflettono sui ruoli di genere, sulla propria identità culturale, sulle opportunità del presente e i sogni per un futuro che non li lasci ai margini.

Ex rivoluzionario, cantante folk e scultore, da diciassette anni Mr. Bachmann cerca di trasmettere a ogni singolo allievo la consapevolezza del suo valore. Ognuno ha le proprie abilità, deve solo trovare il modo di coltivarle ed esprimerle. Ma la regista avverte: «Non si tratta di un film su una proposta pedagogica alternativa o l’affresco della realtà della Repubblica Federale Tedesca in nome di una correttezza politica, ma il racconto di un incontro libero da pregiudizi. Mr. Bachmann riesce a creare un clima di apertura e fiducia reciproca e i ragazzi, che si sentono al sicuro, non hanno paura di aprirsi, confidare pensieri, paure e speranze, mentre il loro maestro li incoraggia, li provoca, li sfida, promuovendo solidarietà ed empatia tra lezioni vere e proprie, musica, lavori manuali e gite. Attività fondamentali per abbattere barriere culturali, sociali e linguistiche».

Un’Europa diametralmente opposta emerge invece dal film Je suis Karl di Christian Schwochow, presentato nella sezione Berlinale Special. La storia comincia a Berlino, dove la giovane Maxi sopravvive insieme al padre Alexi all’esplosione di una bomba nel loro appartamento, dove restano uccisi la madre e i due fratellini. L’atto terroristico, per il quale si sospetta la matrice islamica, suscita lo sdegno dell’intera nazione, ma non una risposta adeguata. Per questo Maxi, dopo aver conosciuto l’affascinante e carismatico Karl, lo segue a Praga e si unisce a un folto gruppo di studenti provenienti da diversi paesi che promuovono la rinascita dell’Europa rivendicando il potere e la pena di morte per i reati più gravi. Ne emerge un’amara riflessione sulla paura del diverso capace di generare mostri e reazioni radicali, di aggiungere violenza a violenza, di plagiare menti spaventate incitando a una insensata caccia alle streghe. Nel film nulla è quello che sembra e la verità è terribilmente scioccante.

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