UN AMERICANO A PARIGI

Un americano a Parigi«Questa è Parigi e io sono un americano che vive qui. Mi chiamo Jerry Mulligan e sono un ex G.I.. Nel 1945, quando l’esercito mi ha detto di cercare il mio lavoro, io sono rimasto qui. E vi dirò il perché: sono un pittore e per tutta la mia vita è quello che ho sempre voluto fare». Intanto si arrabatta in un abbaino nello spirito della bohème, ha un vicino di casa, il connazionale Adam, che suona il piano e un cantante francese, Henri, che si accompagna a loro. La svolta pare arrivare per Jerry quando la ricca, piacente (e interessata) americana Milo Roberts decide di finanziare una sua mostra. Ma quando si imbatte nella giovane, deliziosa, orfana parigina Lise, è amore a prima vista, rapinoso, totale, assoluto. Senonché la ragazza ha un segreto: durante la guerra è stata salvata da un uomo e lei per riconoscenza gli ha promesso di sposarlo. L’uomo si rivelerà essere l’amico Henri. Come finirà?

Un americano a ParigiL’orizzonte cinematografico contemporaneo è popolato di altri mondi, realtà virtuali, territori incredibili reinventati dal computer e dalla fantasia di chi si può spingere ai confini dell’immaginabile. Eppure, anche oggi, Un americano a Parigi, tirato a lucido e restaurato nel suo scintillante technicolor e proposto sullo schermo gigante di una sala buia (dal 9 giugno), crediamo conservi ancora tutto intatto il suo potere di meravigliare, anzi forse di più: deliziosamente accresciuto dal fascino vintage della creatività ad altissimo livello artigianale della Metro Goldwyn Mayer.
Nella sua essenza il film è una sorta di duplice omaggio. In primis, alle musiche di George Gershwin, qui radunate e antologizzate, a partire ovviamente da An American in Paris, poema sinfonico eseguito la prima volta il 13 dicembre 1928. E poi – ma è il caso di dirlo? – allo spirito della ville lumière. «Parigi ha tutto per far dimenticare» sospira la giovane Lise Bouvier. Risponde Jerry Mulligan: «Parigi? No, non questa città. È troppo reale e troppo bella perché si possa dimenticare qualcosa».

Un americano a ParigiIl film è del 1951 e tanti americani avevano ancora la memoria fresca della liberazione della città dai tedeschi, da quel clima collettivo incredibile di felicità e apertura. Così l’immagine di una città da sempre considerata meta ideale per artisti, intellettuali e innamorati viene rinnovata in uno strano miscuglio di contemporaneità e passato (la vicenda potrebbe benissimo essere ambientata nei primi del ‘900). Vincente Minnelli (1903-1986) è l’autore perfetto per il compito. Al centro del suo lavoro, più che la realtà o la vita vissuta, c’è e sempre ci sarà il cinema, la finzione dello spettacolo. Sia quando dirige musical di cui è uno dei sovrani incontrastati (Incontriamoci a Saint Louis, Il pirata, Spettacolo di varietà, Gigi), sia quando realizza turgidi melodrammi, stracarichi di passione e tensione ancora oggi (Il bruto e la bella, Brama di vivere, Qualcuno verrà, A casa dopo l’uragano).

Un americano a ParigiAnche per questo Un americano a Parigi si fa ricordare più che per la storia, all’osso decisamente convenzionale, per il radicale e innovativo dominio del mondo della fantasia in forma di balletto nella trama, dilatata sin a diventare una visione surreale (con i numeri musicali che spesso fanno riferimento alla pittura impressionista o a Toulouse Lautrec) che ha pochi paragoni per magnificenza e inventiva. Ad esempio il ballo finale, coreografato dallo stesso talentuoso protagonista Gene Kelly e ravvivato dalla fresca presenza della scoperta Leslie Caron, (esordiente 19enne) ha previsto 120 ballerini e 220 costumi, per una spesa “monstre” di 450 mila dollari. E che dire del sogno di Adam, interpretato da Oscar Levant, in cui lo si vede dirigere, suonare e assistere al suo sospirato concerto per piano (contemporaneamente), citando e omaggiando così in questo modo un capolavoro del muto di Buster Keaton?

Un americano a ParigiSpettacolo sontuoso, nel più puro stile (rasente il kitch) della MGM (specializzata in esuberanti produzioni ottimiste calibrate su misura per l’ideologia della dominante middle class), il film, prodotto da Arthur Freed, si aggiudicò 6 premi Oscar (film, sceneggiatura di Jay Lerner, scenografie, fotografia, costumi, colonna sonora; da sottolineare che per Minnelli ci fu solo la nomination e per gli attori neanche quella). Curiosamente va anche aggiunto che non fu comunque il musical più di successo di quella stagione cinematografica, superato negli incassi da Show Boat di George Sidney (sempre della MGM factory comunque).
In tempi più recenti, 1998, l’American Film Institute lo ha inserito al 68mo posto nella classifica dei migliori 100 film (nazionali) di tutti i tempi.

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