ZERO DARK THIRTY

Lo schermo completamente nero. Rumori, urla, pianti fuori campo. Comincia così Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow, film sulla caccia e l’uccisione di Osama Bin Laden.

Il primo fotogramma evoca l’11 settembre con il buio e un vociare confuso di sottofondo. Grida disturbate e panico, attraverso le frequenze radio di polizia, ambulanze, vigili del fuoco. Ci troviamo poi nel 2003, in un luogo segreto della Cia, in Arabia Saudita. Bigelow “apre” l’obiettivo della macchina da presa sulla violenza, stavolta americana. Schiude lo sguardo sul sangue, il volto tumefatto e ferito di un terrorista. L’agente incappucciata Maya, appena arrivata da Washington (straordinaria
Jessica Chastain), assiste alla prima tortura-interrogatorio. Il racconto si concluderà solo nel 2011, Maya in lacrime a bordo di un aereo vuoto, in rotta verso non si sa dove. Può un film diventare (instant) cult in meno di un anno? Secondo noi sì, se a
girarlo è una regista (cult) come Bigelow, autrice di Il buio si avvicina, Point Break, Strange Days e The hurt Locker, che ha lavorato al progetto per quasi una decina d’anni, e se al centro del racconto c’è la ricerca ossessiva e quasi religiosa di Bin Laden, l’uomo diven tato icona del “male” dal 2001 al 2011.

Inevitabile che il film generasse attesa, reazioni viscerali, emulazione (il coevo Code Name: Geronimo), polemiche, prima ancora di arrivare nelle sale. L’uscita americana è stata perfino posticipata per non interferire con le elezioni presidenziali. Una volta in sala, Zero Dark Thirty ha ricevuto cinque candidature agli Oscar (si è aggiudicato solo la statuetta per il montaggio sonoro), incassato quasi 100 milioni di dollari negli Usa, ottenuto critiche per lo più positive, ma anche molti attacchi e accuse ideologiche di essere un film “di regime”, finanziato dal Pentagono (accusa falsa). L’editorialista del Guardian Naomi Wolf ha addirittura accusato l’opera di Bigelow di essere per gli Usa apologia in immagini, quello che Il trionfo della volontà di Leni Riefenstahl fu per il nazismo. Diversi osservatori hanno condannato il fatto che la tortura venga in qualche modo “giustificata” dal film, secondo un’accusa già mossa alla serie tv 24. In realtà ZD30 ricostruisce i fatti attraverso la finzione cinematografica, senza nascondere nulla. Mostra tutta la violenza, la morte, le torture e la follia invisibili sulla CNN e sui media ufficiali americani e del mondo, nei quali ogni barbarie è “igienizzata”, ripulita e anestetizzata secondo una censura comune.

Bigelow ha raccontato a Ciak: «Non volevamo dare ragione a uno o all’altro, bensì mostrare quello che era successo». Il titolo, in gergo militare, significa mezzanotte e mezza, l’ora in cui i Seals hanno fatto irruzione nella tana del leader del terrorismo islamico. La drammaturgia dei fatti (del giornalista e scrittore Mark Boal) è efficace e avvincente, la regia di Bigelow potente, destabilizzante, visionaria. Unisce brutalità (le scene delle torture) e pudore (l’esplosione del bus londinese del 7 luglio 2005 la vediamo da dietro gli alberi del parco di Tavistock Square). La colonna sonora di Alexandre Desplat sempre intensa e mai enfatica. Jessica Chastain da Oscar (ha ottenuto solo la nomination, vincendo invece il Golden Globe). Le battute vengono ricordate a memoria dai fan. «Che aspetto ha questo Baluchi?» chiede l’agente della Cia Maya-Chastain, interrogando il terrorista Abu Faraj al-Libi. L’uomo risponde: «Alto, lunga barba bianca, cammina con il bastone». «Sembra Gandalf!» replica Maya. «Chi?!». Ancora più potente di Hurt Locker (sei Oscar), di cui è l’ideale gemello diverso, più cupo, buio e notturno.

Chi si aspettava di vedere il volto di Bin Laden morto, almeno nella finzione, è rimasto frustrato. La regista ne mostra solo alcuni dettagli. Un frammento di barba, la punta del naso con una goccia di sangue. Quanto di meno spettacolare, quanto di meno appariscente. La realtà il più delle volte non ha nulla di cinematografico e le tracce di realtà che l’autrice americana lascia nel suo nuovo film spesso portano su di sé questo assioma. Basta vedere la straordinaria scena finale: Maya sola su un aereo diretta verso non si sa dove. Le lacrime e la solitudine. Cosa faremo ora? Dove stiamo andando? Qualcosa è cambiato davvero?

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