I LUOGHI DELL’ANIMA DI WALTER VELTRONI: “AMICI MIEI, 40 ANNI E NON SENTIRLI”

Comicità, irriverenza e un pizzico di malinconia: con questi ingredienti Germi e Monicelli hanno creato un film geniale, reso immortale da un cast insuperabile protagonista di gag memorabili

amici miei«Tarapìa tapiòco! Prematurata la supercazzola, o scherziamo? », esordisce il Conte Mascetti e, al vigile urbano fiorentino che chiede delucidazioni, viene incontro chiarendo: «No, mi permetta. No, io… scusi, noi siamo in quattro. Come se fosse antani anche per lei soltanto in due, oppure in quattro anche scribài con cofandina? Come antifurto, per esempio ». Amici miei è stato un film geniale. L’idea di mettere insieme cinque vitelloni fiorentini un po’ avanti con gli anni, di farli costituire in vera e propria banda metropolitana di pantere grigie, di sguinzagliargli per città e provincia facendo scherzi cattivi e gratuiti era davvero fantastica. A sceneggiare il tutto c’ era un gruppo di professionisti della risata intelligente. All’origine del progetto c’è Pietro Germi, talento non sufficientemente celebrato nella storia del cinema italiano. Con lui Tullio Pinelli, Otto e mezzo e La dolce vita, e due geni che un giorno la storiografia ufficiale si dovrà decidere a celebrare a modo, fissandone il nome a caratteri cubitali : Leo Benvenuti e Piero de Bernardi, artigiani eleganti della commedia italiana.

amici mieiAmici miei, come è noto, fu ideato da Germi e girato da Mario Monicelli, ditemi voi se poteva venire male. Il film ha l’anima dei suoi autori. È comico, irriverente, malinconico, persino un po’ depresso. Come i suoi protagonisti: professionisti annoiati e mariti prostrati che trovano nel loro piccolo gruppo il conforto e il senso di una esistenza altrimenti grama. Un conte scamuffo, un architetto infoiato, un giornalista schiantato dalla routine, un barista che non vorrebbe avere un bar. E un primario medico ricco, autorevole e spallato. La scelta degli attori fu la grande trovata di questo film: Ugo Tognazzi, che era burlone anche nella vita vera, Gastone Moschin, meraviglioso nei suoi eccessi, Philippe Noiret, che aveva la faccia perfetta per essere la doppia anima della storia, Duilio Del Prete, che costruì bene la parte del vessato dalla moglie esuberante e perfetta. E poi Adolfo Celi, con quella faccia che sembrava scolpita sul Monte Rushmore, e che aveva già dato vita a un personaggio simile, autorità e follia, con il giudice del finale di Febbre da cavallo.

amici mieiTutto è impresso, in modo indelebile, nella memoria dell’intero paese. Esiste prova migliore della forza di una storia e di un film? Ancora oggi, quarant’anni dopo, se qualcuno, in politica o in tv, fa giri di parole incomprensibili, si dice che sta facendo la “supercazzola”. Tutti abbiamo avuto la tentazione di prendere a schiaffi i viaggiatori in partenza da qualsiasi stazione ferroviaria del mondo. Quando si arriva in un paesino, di quelli tranquilli e paciosi della provincia italiana si ripensa allo sbarco dei nostri eroi che annunciavano la distruzione di tutto per far passare un’ autostrada. Quelle gag sono parte della nostra vita, le usiamo, sono immortali. Si ride tantissimo. Ma il film ha un doppiofondo, come in tutta la migliore commedia italiana. In realtà è anche un film sulla morte, sulla vecchiaia, sulla resistenza della propria infanzia al contatto dell’usura del tempo. Chiara Rapaccini, la compagna dell’ultima fase della vita di Monicelli, così racconta che Mario ne parlava : «I protagonisti sono adorabili vitelloni che cercano di non pensare alla vecchiaia e alla morte, rimuovendo la realtà delle loro vite a volte miserabili e giocando come bambini ». Uscì quarant’anni fa, Amici miei. È un film restato bambino, tanto è ancora vivo e forte.

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