LA MOSTRA DEL NUOVO CINEMA DI PESARO RICORDA PIER PAOLO PASOLINI

DI MASSIMO LASTRUCCI

pier-paolo-pasolini50 + 1. Così la Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro (20-27 giugno 2015) ha deciso di sottolinearsi anche graficamente, dopo il cambio ai vertici proprio nel suo 50enario “a esemplificare una ripartenza che vuole essere profonda e innovativa”, come dichiara il nuovo direttore Pedro Armocida chiamato a sostituire Giovanni Spagnoletti. Ma sempre con l’inalterata intenzione di proporre “la ricerca, lo studio e la promozione del nuovo cinema”. Dall’apertura, con la proiezione nella piazza principale de Lo squalo di Spielberg (a 50 anni esatti) cui seguiranno ogni sera altre pellicole, ai temi guida dell’edizione: la riflessione sugli esordi cinematografici italiani in questi ultimi 5 anni, la retrospettiva sul regista turco Tayfun Pirselimoglu, una ricognizione sulle nuove cineaste russe emergenti e un’altra sulla particolare produzione in Super 8 e naturalmente il concorso (con il premio Micciché), con sette film inediti in Italia. Infine, una sezione speciale su “Pier Paolo Pasolini nostro contemporaneo. Il cinema di poesia 50 anni dopo”, che merita un approfondimento “a parte” qui sotto.

Pasolini e Anna Magnani sul set di "Mamma Roma"
Pasolini e Anna Magnani sul set di “Mamma Roma”

“A 40 anni dalla scomparsa e a 50 esatti dalla sua presenza al primo dei convegni organizzati dalla Mostra…”. Così inizia il comunicato della Mostra di Pesaro sull’omaggio a Pier Paolo Pasolini (1922-1975). In cartellone “un’ampia selezione dei suoi film” (su un totale di 26 regie e 55 sceneggiature), eventi spettacolari a latere (come lo show live di Pierpaolo Capovilla del Teatro degli Orrori, un reading da La religione del mio tempo, libro di poesie di PPP) e una tavola rotonda specificatamente dedicata alle tre relazioni, in anni diversi, che l’intellettuale-artista ha tenuto in altrettanti convegni. Perché in quegli anni, stiamo parlando delle sue prime stagioni di vita (1964-1968), la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro era un crocevia internazionale di scambi di idee, confronti, polemiche, discussioni anche accese che sfociavano però anche in proposte e ipotesi guida (volete un esempio tra i tanti? Fu tra quelle sale che si lanciò l’idea di una distribuzione alternativa a quella ufficiale, con opere in edizione sottotitolata. Oggi pare cosa persin scontata, ma nei ’60 ribollenti e ansiosi di esplodere, esistevano solo i film doppiati nei circuiti ufficiali, mentre i circoli più o meno alternativi, quando andava bene, proiettavano copie recuperate, magari consumate e in edizione originale).

Pasolini e Totò sul set di "Uccellacci Uccellini"
Pasolini e Totò sul set di “Uccellacci e Uccellini”

Il capoluogo marchigiano come capitale mondiale del cinema dunque. E in quel 1965, radunati da Lino Micciché e Bruno Torri sotto il tema La critica e il nuovo cinema (osservate prego la continua sottolineatura dell’aggettivo “nuovo”, in contrapposizione evidente al cinema paludato e ufficiale) si radunarono – tra gli altri – artisti e critici del calibro dei Taviani, di Lindsay Anderson, di Andrew Sarris, di Milos Forman, con una introduzione, polemica e divisiva come una sassata, di Pasolini, che sotto il titolo un po’ oscuro di La mimesi dello sguardo, utilizzando gli strumenti allora in voga della semiotica e dello strutturalismo (che a volte oggi appaiono come l’ufficio complicazioni degli affari semplici), partendo dalla differenziazione tra scrittura e regia (la prima quando è arte reinventa e allarga i confini del linguaggio, la seconda è unione o sovrapposizione ambivalente di materiali “irrazionalistici, onirici, elementari e barbarici” e altri convenzionali, tendenzialmente naturalistici e oggettivi). Ma da quello che lui definisce “cinema della prosa narrativa” si potrebbe e si dovrebbe passare al “cinema di poesia”, con la sua lingua specifica. Come? E Pasolini, da teorico/pratico, lo indica: adottando, anche per il racconto cinematografico, “il discorso libero indiretto”. Ovvero “l’immersione dell’autore nell’animo del suo personaggio”, adottandone interamente il punto di vista e quindi anche il suo peculiare e necessario linguaggio fatto di visioni e immagini. Quello che già stavano facendo o provando a fare – cita lui – in quegli anni autori come l’Antonioni di Deserto rosso, Bertolucci, Godard e Forman. In pratica, una precisa indicazione di intenti e di politica cinematografica rivoluzionaria nell’estetica quanto nei contenuti.

PasoliniUn saggio magnifico questo, che divenne base di riflessioni e sviluppi negli anni a venire per tutto il cinema internazionale delle avanguardie. Anche per questo Pier Paolo Pasolini uomo di cinema (oltreché poeta, scrittore, polemista, intellettuale, moralista, critico) è e sarà unico e fondamentale. Non solo perché, da Accattone a Salò e le 120 giornate di Sodoma, ci ha lasciato una filmografia di “disperata vitalità” (definizione di Lino Micciché), tra capolavori (i film che allargano i confini della visione) come l’esordio citato, La ricotta, il Vangelo secondo Matteo, Uccellacci e uccellini, Edipo re, il Decameron e operazioni comunque sempre ardenti del fuoco della contemporaneità, dell’intelligenza artistica applicata sempre a riflettere sul sé e il mondo e a rinnovare se stessa, senza compromessi. Come scrisse qualcuno: “Pasolini ci manca sempre”. Pesaro farà di tutto per ricordarcelo.

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