“THE MUSIC OF STRANGERS”: LA MUSICA OLTRE OGNI DIVISIONE

L’orchestra di Damasco torna a riunire i suoi musicisti dispersi da cinque anni di conflitto e suonerà a Londra sabato prossimo. Una vittoria sulle divisioni, ma se parliamo di musica che unisce mondo, popoli e culture e vince contro le divisioni e i muri, allora dobbiamo essere grati allo sguardo, certamente troppo confidente e ottimista, ma anche entusiasmante, di Morgan Neville che firma il documentario The Music of Strangers: YO YO Ma and the Silk road Ensemble distribuito da IWonder con Sky Arte e appena visto al Biografilm di Bologna.

In crisi di identità, dopo esser stato un violoncellista prodigio e celebre dall’età di sette anni, quando suonò per i Kennedy (chi ricorda, tra l’altro, la serie di sei film Yo Yo Ma Inspired by Bach diretti anche da Atom Egoyan e Patricia Rozema?), Yo Yo Ma quindici anni fa ha cercato un po’ di linfa nuova incontrando e selezionando 55 virtuosi di strumenti musicali tradizionali lungo la via della Seta. Da allora si ritrovano più volte all’anno, in diverse combinazioni, per concerti in disparati angoli del mondo (nel docu attraversiamo Istanbul, New York, Cina, Iran, Africa) dimostrando che ogni strumento, anche il più desueto, può incontrarne un altro in totale sintonia. Il risultato è uno spettacolo gioioso e un po’ fracassone, dove la temperatura classica si mescola a un tocco di Bollywood. Un’avventura nata per gioco, e forse per noia, ma che, come dichiara lo stesso Yo Yo Ma, ha preso vita e slancio diversi dopo l’11 settembre 2001.

Il film di Neville, zeppo di materiali di repertorio tratti dalla lunga vita artistica del celeberrimo violoncellista nato sotto Mao, è però soprattutto il racconto di cinque avventure umane che intrecciano ribellione e talento con eventi che hanno lasciato il segno nel nostro frantumato mondo. C’è il clarinettista siriano Kinan Azmeh che dagli States torna nei campi profughi per insegnare musica ai ragazzini e c’è la vicenda umana assai complessa, dolorosa, dell’iraniano Kayhan Kalhor, maestro del tradizionale Kemenche, piccolo strumento a corde orientale, fuggito all’epoca della rivoluzione komeinista, rientrato a Teheran nel momento della rivoluzione verde e infine di nuovo ‘indesiderato’ ed esule.

Complesse umanità salvate dalla musica e dall’incontro con il talento anche beffardo di Yo YO Ma. Ma il documentario non è solo questo, è in special modo l’energia vitale di due signore della Silk Road Ensemble, Cristina Pato, la splendida ragazza dai capelli verdi che a diciannove anni sul palco galvanizza tutti con la sua versione punk rock della gaita, la cornamusa galiziana, e Wu Man, cinese di Xian, vera virtuosa rocker della Pipa, il liuto di tradizione. Insomma, la sala dove si proietta il documentario è galvanizzata da un fiume di suoni che si mescolano senza distinzione di genere, generando una performance ribalda. Sulla scia emotiva di film come Buena Vista Social Club, se ne esce tutti convinti che basti un Ensemble per tenerci uniti e scavalcare povertà, frontiere e terrorismo (nessuna traccia di questa contemporanea minaccia nel film di Neville). Non è così, naturalmente, ma l’arte, ribadiscono tutti i protagonisti, serve a rigenerarsi e sognare un po’ più in là. In questo Yo Yo Ma è maestro, anche dal punto di vista dell’astuzia mediatica. E nelle prime immagini il film ce lo racconta con finezza, dietro le quinte.

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