Anna – Intervista a Elena Lietti: “Ammaniti un vulcano di idee”

Elena Lietti tornaa lavorare con lo scrittore-regista romano e in Anna interpreta una madre forte e coraggiosa. La vedremo prossimamente anche nei film di Paolo Genovese, Nanni Moretti e Paolo Virzì

L’abbiamo adorata nei panni di Sole ne Il miracolo di Niccolò Ammaniti, che ora, nella sua nuova serie Sky Original, Anna, le ha affidato il ruolo della madre della piccola protagonista. Elena Lietti sarà una donna forte e coraggiosa, libera e generosa, motore di una vicenda che rivela inquietanti somiglianze con il mondo di oggi, dove le regole del passato non valgono più. Terminate le riprese di “Il primo giorno della mia vita” di Paolo Genovese e attualmente impegnata in quelle del nuovo film di Paolo Virzì, Siccità, l’attrice sarà al Festival di Cannes con Tre piani di Nanni Moretti, ma la vedremo presto anche ne L’arminuta di Giuseppe Bonito.

Il sodalizio con Ammaniti, dunque, si rinnova.

Niccolò sapeva di potermi chiedere di sintonizzarmi sul suo immaginario, parliamo una lingua molto simile ora. L’esperienza questa volta è stata diversa per lui perché era da solo alla regia, ma il clima sul set non ne ha risentito e neppure il rapporto con gli attori. È un vulcano di idee e ha il coraggio di seguire il suo flusso creativo cambiando le cose in corso
d’opera, ma non c’è mai tensione mentre si lavora.

Chi è la madre di Anna?

Una donna che esiste nei flashback e che nel mondo prima della catastrofe ha portato i figli a vivere nel bosco. Con un atto semplice ed eroico prepara i bambini all’evento inevitabile della sua scomparsa elencando nel “Libro delle cose importanti” quello che servirà loro per sopravvivere da soli, ma anche cose “diversamente essenziali” che hanno a che fare con la memoria, il racconto, lo spirito. L’idea era quella di mostrare da dove viene la resistenza di Anna, che attraversa esperienze estreme con coraggio e indipendenza di pensiero.

Come ha lavorato con bambini così piccoli?

È stata un’esperienza fortissima. Viviana Mocciaro, che interpreta Anna a 7 anni, è impressionante, ha una grande capacità di lasciarsi trasportare dalle emozioni. Se il rapporto tra noi risulta credibile è grazie a lei.

Il futuro distopico è l’occasione per riflettere sulle fragilità del presente.

I protagonisti sono dei bambini che, abbandonati a loro stessi, diventano un groviglio di pulsioni elementari e crudeli. Ci ricordano da dove veniamo e dove rischiamo di tornare se non proteggiamo quello che abbiamo costruito fino a qui. Rappresentano la nostra natura primordiale e ferina, ma anche quella curiosa e appassionata dell’infanzia, intorno alla quale però non c’è mai retorica. Eliminati gli adulti, il brutto del mondo non sparisce. Troverete anche una bella apologia dell’importanza di raccontare storie per tenere viva la memoria. La madre dice infatti: «Solo nelle storie in cui ci raccontiamo niente muore per davvero». Una frase che mi ha commosso molto e che oggi non può che toccarci tutti. Oggi che siamo alle prese con un’epidemia non lontana da quella descritta nella storia. Inventare la malattia, la Rossa, che si manifesta attraverso macchie sulla pelle, febbre e problemi respiratori è stato un lavoro nel lavoro. Doveva risultare credibile e il make up di Maurizio Nardi è eccezionale.

Nel manifesto della serie la vediamo in una tuta da astronauta.

È la visione di Anna: io mi liberero del mio corpo e vado via. Inizialmente Niccolò mi aveva fatto diventare un fantasma, ma poi quella non gli sembrava più la visione giusta. Anna mi avrebbe visto come un’astronauta in viaggio nel cielo per esplorare un altro mondo. E così, indossata una tuta pesantissima, camminavo senza vedere nulla con un gatto in braccio.
Dietro quell’immagine così poetica c’è un’avventura comica, come spesso accade nel meraviglioso mondo del cinema.

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