Tempo d’attesa, Premio Speciale della Giuria Documentari Italiani al Torino Film Festival 2023

La regista Claudia Brignone racconta il suo film sulla forza della maternità

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Tempo d'attesa

Tempo d’attesa, documentario di Claudia Brignone che al 41esimo Torino Film Festival ha raccontato la maternità come rinnovata coscienza del femminile, vince il Premio Speciale della Giuria Documentari Italiani. La regista, intervistata da Ciak, racconta il suo film nato dall’esigenza di raccontare un’esperienza universale da vivere con una consapevolezza del tutto nuova in un tempo sospeso e prezioso.

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Teresa De Pascale

Tutto parte da Teresa De Pascale, infermiera professionale ed ostetrica, e dalla sua associazione, “Terra prena”, che da anni favorisce l’incontro e lo scambio di esperienze durante e dopo la gravidanza. Claudia Brignone l’ha incontrata nel suo percorso verso il parto e da allora non ha più smesso di frequentare lei e il gruppo di donne a cui si è unita durante la sua gravidanza. Il suo sorriso accogliente è il medesimo di Teresa anche mentre racconta come è nato questo suo quarto lungometraggio, Tempo d’attesa.

“Avevo molta paura del parto, in effetti i miei film partono sempre da questo sentimento chiave – spiega la regista – Teresa è stata il Caronte che mi ha portato all’incontro con le altre donne e con le storie che ho raccontato”.

Tempo d’attesa raccoglie tante esperienze di donne diverse, tutte però legate dal medesimo viaggio nella gravidanza e nel parto. All’ombra di una magnolia nel rigoglioso parco del Bosco di Capodimonte nel cuore di Napoli, Teresa da anni si incontra con donne in attesa e neomamme con i proprio bambini per condividere insieme a loro riflessioni ed emozioni sulla gravidanza, ma anche e soprattutto su se stesse in questo particolare momento della vita di una donna.

Claudia Brignone

Come è riuscita a trovare tante donne disponibili a condividere con una macchina da presa un momento così intimo e difficile?

Le riprese sono durate tre anni. Ho filmato prevalentemente gli incontri durante i quali si è creata una bella sintonia con le donne. Con alcune di loro si è creata una relazione speciale, una vicinanza tale per cui si sono fidate e hanno accettato di lasciarsi filmare anche durante il momento del parto”.

In un’epoca in cui si parla molto di parità di genere, cosa significa fare un documentario su un aspetto così esclusivamente femminile, che in certi casi rischia anche di minare l’autoaffermazione della donna nella società?

Per me è un tema importante. A volte la nascita di un figlio può essere considerata un impedimento, ma per me non lo è stato. Per me è stato un reinventarsi che mi ha aiutata tanto sia nella vita quotidiana che in quella professionale. Dicono che le cellule della donna si rigenerino durante la gravidanza, per me è stato davvero così e mi spiace che a volte la maternità venga considerata un impedimento. Basterebbe un’accoglienza diversa e il supporto della società. È anche per questo che ho sentito l’esigenza di fare questo film”.

In Tempo d’attesa si parla della gravidanza e del parto anche come momento in cui la donna rischia di subire una ulteriore violenza più o meno velata, ma nel film c’è una grande serenità. Come mai questa scelta?

Non volevo che questo fosse un film di denuncia. Credo che il mio compito sia emozionare le persone e farle entrare nelle storie. Per me era importante parlare della libertà della donna di poter rintracciare il proprio stato d’animo rispetto a questo momento della vita così delicato, per viverlo come desidera, lontana dai giudizi altrui e forte del supporto delle altre. È quello che fa Teresa con le donne che si rivolgono a lei: le accoglie, le supporta, le aiuta, ma le lascia libere di scegliere quale sia la cosa migliore per loro, ciascuna a modo suo. E questo fa la differenza”.

Rispetto alle storie delle donne rappresentate nel film la macchina presa resta sempre come un osservatore esterno. Perché ha scelto di non intervenire mai?

Sono molto affascinata dall’idea di rappresentare questi racconti come un coro lasciando lo spettatore libero di pensare alle donne e alle loro storie senza dover spiegare tutto. Ho scelto di mettermi in una posizione di ascolto senza dire tutto delle donne, compresa Teresa, che ha una vita molto articolata e ricca di esperienze che non emergono nel film se non dal suo sguardo e dalle sue parole. Il mio ruolo e la posizione della camera riflettono il mio modo di vedere le persone e di dedicare loro del tempo”.

Tempo d’attesa è prodotto da Amarena Film con Rai Cinema e girato interamente a Napoli.