Venezia 79, The Whale, recensione del film con Brendan Fraser

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Un appartamento, un divano, un uomo malato che ha deciso di andare incontro al suo destino. In sintesi, The Whale, il nuovo film di Darren Aronofsky, presentato in anteprima mondiale in concorso a Venezia 79.

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Aronofsky è un affezionato frequentatore del festival, vinto una volta con The Wrestler, e questo film tratto dalla intensa piece teatrale di Samuel D. Hunter ha non pochi tratti in comune con la struggente storia del lottatore Randy The Ram Robinson, interpretato da uno straordinario Mickey Rourke.

Rimpianto, colpa, redenzione, c’è tutto l’armamentario del cinema di Aronofsky. Charlie è un professore d’inglese che dopo la morte del suo compagno si è abbandonato a una progressiva bulimia per lenire il suo dolore, arrivando a pesare 266 kg e isolandosi dal mondo. Il suo unico desiderio è ricostruire un rapporto con la figlia diciassettenne Ellie, abbandonata quando scoprì la propria omosessualità. Per Charlie avere la possibilità di mostrarle chi sia realmente suo padre e quanto lei sia importante per lui è l’ultima speranza di riscatto in una vita distrutta e ormai arrivata al capolinea.

Aronofsky si appoggia completamente al testo di Hunter (co-sceneggiatore insieme a lui) e mette per una volta da parte i suoi abituali eccessi narrativi e registici. The Whale è un kammerspiel asciutto, con la macchina che lavora in funzione dello spazio e degli attori. Teatro filmato molto bene. La differenza la fanno gli attori, Brendan Fraser su tutti.

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L’uomo una volta noto come George della giungla sfodera un’interpretazione da manuale e per molti forse anche inaspettata. Ma chi ha buona memoria potrebbe ricordare un quasi dimenticato film di Boaz Yakin dall’infausto titolo di italiano di 110 e Lode. In originale era With Honors, che rendeva benissimo il dilemma del giovane protagonista, studente di Harvard deciso a uscire da lì e prendersi il mondo, salvo scoprire, grazie al barbone-filosofo Joe Pesci, che la vita è fatta di ben altre priorità.

Era il 1994, Fraser era giovane, ma dimostrò di avere registri inaspettati. Li ha tirati di nuovo tutti fuori, dopo averla vissuta la vita, negli ultimi anni non senza qualche delusione. Ha messo tutto insieme e ha regalato al pubblico un’interpretazione difficile da dimenticare.

Gli fanno da spalla in quattro. La giovane Sadie Sink da Stranger Things, che fuori dal cerchio magico della serie Netflix dimostra di essere un’attrice dal brillante futuro. Hong Chau, magnifica nel ruolo dell’amica, infermiera, confidente e donna che condivide il suo dolore. Ty Simpkins, un missionario che cerca di salvare Charlie con la forza della fede.

Infine Samantha Morton è l’ex moglie, e l’atto che si ritaglia la coppia è il momento migliore del film, con i due che si appoggiano a vicenda con tempi perfetti, annullando il passaggio da teatro a cinema.

The Whale è proprio per la sua asciuttezza uno dei film migliori di Darren Aronofsky, come d’altronde lo era proprio The Wrestler, le storie profondamente umane sono quelle che gli riescono meglio. Ora non c’è che aspettare la Award Season per vedere se Brendan Fraser riuscirà ad arrivare al premio più ambito, quell’Oscar che la Academy negò a Mickey Rourke (vinse Sean Penn con Milk, scelta ancora oggi discutibile) per far ripartire una carriera rimasta in folle per troppo tempo.

RASSEGNA PANORAMICA
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