La nuova Settimana Internazionale della Critica: aperta, queer e proiettata nel futuro

Presentata la 37ma edizione della sezione autonoma e parallela della Mostra del Cinema di Venezia (31 agosto-10 settembre). In concorso per l'Italia il lungometraggio Margini, di Niccolò Falsetti.

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È più che mai proiettata nel futuro la Settimana Internazionale della Critica, ma senza prescindere dalle criticità del presente: la presentazione della 37ma edizione, dedicata a Mantas Kvedaravičius, il regista lituano rimasto ucciso a Mariupol durante il tragico conflitto ucraino di questi mesi, si è infatti aperta con un appello per la liberazione immediata dei registi iraniani Jafar Panahi, Mohammad Rasoulof e Mostafa Al-Ahmad. Gli ultimi due arrestati dal governo locale per una lettera di protesta contro la repressione poliziesca dei manifestanti di Abadan, e il primo condannato per direttissima a sei anni di carcere per propaganda contro il regime. «Un tema drammatico che ci sta molto a cuore», lo ha definito Cristiana Paternò, Presidente del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI (con lei anche il Vicepresidente Pedro Armocida), organizzatore della sezione autonoma e parallela della Mostra del Cinema di Venezia.

E la SIC, da sempre attenta al cinema di domani rappresentato da alcune tra le opere prime e seconde più interessanti in circolazione, quest’anno si rinnova emblematicamente anche nella veste formale, con il nuovo logo raffigurante non più il pennino ma uno schermo aperto da un lato: uno slancio verso «i nuovi modi di fare critica», specifica Paternò, nonché una «rottura della quarta parete» che rimanda alla volontà di instaurare un dialogo sempre più fitto «tra critica, autori e spettatori». Non meno rilevante in questo senso l’annunciata nascita della Casa della Critica, spazio fisico che ospiterà le delegazioni SIC e sarà un riferimento per gli incontri e i molti partner dell’iniziativa.

L’obiettivo, ha rimarcato la Direttrice Artistica della SIC Beatrice Fiorentino, è «scoprire oggi il cinema di domani», come evocato sin dalla sigla, realizzata per la prima volta con l’ausilio di un’intelligenza artificiale da Frame by Frame (con le musiche di Davide Giorgio), storico partner dell’iniziativa. Il viaggio di quest’anno si articolerà attraverso una selezione di 10 lungometraggi di provenienza internazionale (7 in concorso, 2 fuori concorso e una proiezione speciale) e, per la sezione [email protected], 9 corti italiani (7 in concorso e 2 fuori concorso). Ad affiancare Fiorentino nella scelta, il gruppo di selezione formato da Enrico Azzano, Chiara Borroni, Ilaria Feole e Federico Pedroni.

Energie e spunti dei lavori che vedremo sono già condensati dall’immagine ufficiale della nuova edizione, realizzata ancora una volta dal team composto Emiliano Mammucari (illustrazione), Mauro Uzzeo (produzione creativa) e Fabrizio Verrocchi (design). Dove il personaggio centrale si muove in una strada piena di gente, e nel bianco e nero già caratteristico della scorsa locandina ricompaiono zone di colore non ancora pieno, a restituire una pur graduale riappropriazione della socialità dopo i travagli del biennio pandemico. Ma, ulteriormente suggerita dal titolo Creature in eterno movimento, c’è l’idea, rimarcata da Fiorentino, di una «fase di ridefinizione dell’identità», oltre qualsiasi stereotipo e steccato precostituito.

I lungometraggi in competizione, da questo punto di vista, non solo rimandano alla «lotta per un mondo più equo, più giusto, più inclusivo» e a una riconquista degli spazi e dei contatti umani dopo le restrizioni imposte dal Covid ma, spiega Fiorentino, offrono uno sguardo «radicalmente queer» su un reale dove «la complessità dell’identità di genere» è tra le questioni fondamentali, e «pare che lo schema binario maschile/femminile sia completamente superato». Un tragitto che con Anhell69 di Theo Montoya (Colombia) ci porta nella comunità LGBTQ di Medellin, dove nonostante la violenza «si sogna e si desidera», anche attraverso il cinema. E prosegue, a proposito di ritorno a una positiva aggregazione sociale, col francese Beating Sun (Tant que le soleil frappe) di Philippe Petit, su un architetto che tenta di riqualificare una piazza di Marsigilia, «esempio nitidissimo di cinema civile e politico» che si muove «tra la poetica di Rohmer e la militanza di Brizet».

L’italiano in concorso è Margini di Niccolò Falsetti, un «colpo di fulmine» per Fiorentino, commedia punk ambientata nella provincia toscana, descritta, ha anticipato il regista, nella sua ambivalente natura: da un lato un «piccolo nido che ti culla», dall’altro «un anaconda, a un certo punto ti accorgi che ti sta soffocando». Nel film, incentrato su una band di ventenni che non riesce a sfondare, anche un cameo vocale del fumettista Zerocalcare.

Un’immagine di Margini, il lungometraggio italiano in concorso alla SIC 2022.

In gara poi lo svedese Dogborn di Isabella Carbonell, su due gemelli senzatetto che cercano di sopravvivere in una società disumana, ispirato all’esperienza della regista come social worker: «Una Discesa agli inferi ma anche il racconto di una possibile rinascita», ha detto Fiorentino. Dall’Austria Eismayer di David Wagner, protagonista un autoritario militare gay, in un film che passa dalla durezza del soldier movie alla leggerezza di una rom-com. Il serbo Have You Seen This Woman? (Da li ste videli ovu ženu?), di Dušan Zorić e Matija Gluščević, già apprezzati tra Venezia e Locarno per i loro corti, è per la Direttrice della SIC il film «più incredibilmente spiazzante di tutta la selezione», offrendo «tre declinazioni di un possibile femminile» dove il corpo è «politico nel suo essere “non conforme”, alla conquista dello schermo e di uno suo spazio nel mondo».

Di identità mutanti ci parla poi il tedesco Skin Deep di Alex Schaad, thriller psicologico-filosofico con «atmosfere alla Midsommar» e riflessione trans-genere sulle leggi dell’attrazione attraverso i corpi. Aprono e chiudono fuori concorso rispettivamente la rom-com queer Three Nights a Week (Trois nuits par semaine) di Florent Gouëou (Francia) e il marocchino Queens (Malikates), di Yasmine Benkiran, road-movie femminista con al centro tre donne in fuga dalla polizia, un «inno alle eroine cinematografiche di tutti i tempi», compresa la Furiosa di Mad Max omaggiata anche nell’immagine di quest’edizione.

I titoli in competizione si contenderanno anche due nuovi riconoscimenti, il Gran Premio IWONDERFULL (assegnato da una giuria internazionale) di 5000 euro, e il Premio del Pubblico The Film Club di 3000 euro. Sarà invece in collaborazione con la Biennale la proiezione speciale, che vede il ritorno (in versione restaurata) del lungometraggio d’esordio del portoghese Pedro Costa, portato alla SIC nel 1989: Blood (O sangue), che, ricorda Fiorentino, «ha inaugurato un’idea di cinema radicale a metà tra modernismo e cinefilia».

La SIC di quest’anno vuole essere anche, ha aggiunto la Direttrice, un «incoraggiamento nei confronti di un’industria che sta attraversando un momento di grossa difficoltà», non solo in Italia ma in molti Paesi del mondo (da cui la scarsa presenza di titoli extraeuropei in selezione). Ma tale scommessa, per quanto riguarda l’Italia, è fatta anche dei corti di [email protected], aperti e chiusi fuori concorso rispettivamente da Pinned Into a Dress di Gianluca Matarrese e Guillaume Thomas (Francia) e da Happy Birthday di Giorgio Ferrero.

In gara, sui temi del «tempo a volte sospeso» dell’«instabilità del presente» e del «concetto di identità individuale e collettiva che ci troviamo a dover definire», abbiamo Albertine Where Are You? di Maria Guidone, Come le lumache di Margherita Panizzò, Nostos di Mauro Zingarelli (con Francesco Foti e Aurora Giovinazzo), Puiet di Lorenzo Fabbro e Bronete Stahl (in coproduzione con Usa e Romania), Reginetta di Federico Russotto, Resti di Federico Fadiga e La stanza lucida di Chiara Caterina (già alla SIC con L’incanto).