GRANDI INVESTIMENTI, RITORNI SICURI

In un’interessante corrispondenza dal festival di Toronto 2014, l’inviato di Le Monde Thomas Sotinel rifletteva sulla politica industriale dei grandi Studios americani che preferiscono produrre film molto costosi (diciamo dai 100 milioni di dollari in su) perché possono assicurare un ritorno “sicuro” presso il pubblico più giovane, piuttosto che rischiare qualche decina di milioni di dollari su opere più originali e destinate a un pubblico più adulto. Faceva questa riflessione perché Toronto è diventata la passerella del cinema cosiddetto indipendente, che però arriva al festival senza avere ancora un’uscita sui mercati, Usa compresi: i grandi circuiti di distribuzione (che poi sono estensioni delle major hollywoodiane) guardano, giudicano e caso mai comprano. Riducendo così al minimo il rischio, molto più alto se l’acquisto fosse stato fatto sulla sceneggiatura o sul nome del regista.

Curioso: per l’industria cinematografica americana è meno rischioso investire cento o duecento milioni nell’ennesimo sequel ispirato ai personaggi dei fumetti (perché ormai quei film vengono costruiti secondo delle regole ferree, che non permettono “colpi di testa” registici o “sorprese” narrative) piuttosto che rischiarne venti o trenta in un piccolo film, il cui successo – ammesso che arrivi – non potrà comunque mai eguagliare i profitti che producono quei monotoni blockbuster a base di super-eroi e super-effetti. «È il mercato, bellezza, e tu non puoi farci niente!» verrebbe da dire, aggiornando la celebre battuta di Bogart in L’ultima minaccia. Con un problema, però, perché questa filosofia commerciale sta spingendo i produttori indipendenti a seguire lo stesso meccanismo industriale, anche se in scala ridotta: sempre meno spazio alla creatività e all’invenzione e rispetto sempre maggiore delle “regole” (vere o presunte, poco importa) che possono assicurare il successo. Con il rischio – che si può verificare sempre più spesso al cinema – che anche il cosiddetto cinema indipendente americano perda forza e originalità per adeguarsi, su scala minore, alle mega-produzioni di Hollywood. 

Con un’appendice che riguarda anche l’Italia, perché in piccolo questa tendenza rischia di prendere piede anche da noi. La contrazione dei film prodotti da Medusa ha finito per ridurre notevolmente lo spazio alle opere più innovative, mentre la Rai, che è rimasto l’unico vero finanziatore del cinema italiano, se non lesina i suoi (pardòn, i nostri) soldi anche a opere innovative e fuori dagli schemi, opera poi una rigida selezione “commerciale” attraverso la sua società di distribuzione – la 01 – che mette in listino solo i titoli che ritiene più remunerativi (e non devo spiegare io cosa vuol dire per un film avere alle spalle un distributore “forte”, che può imporre sia teniture che alti numeri di copie).

Spingendo inevitabilmente produttori, sceneggiatori e registi verso un’omologazione al basso, alla ricerca di quelle caratteristiche e quelle strategie commerciali che possono far entrare i loro titoli nell’olimpo dei film prescelti dalla «grande» distribuzione. Certo, non siamo ancora alle ferree regole americane, e ogni tanto qualche bella sorpresa sboccia sui nostri schermi, ma l’andamento per niente positivo del mercato cinematografico con molti titoli nazionali “sprofondati” nell’anonimato e nella prevedibilità – oltre che nella disattenzione del pubblico –, dovrebbe far suonare qualche campanello d’allarme. Un argomento
su cui torneremo presto…

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