LA RIVOLUZIONE DELLA “NEW HOLLYWOOD” AL TORINO FILM FESTIVAL

Dalla premessa de Il laureato del recentemente scomparso Mike Nichols, del 1967 (uno dei due titoli capostipite del filone, anche perché quelli subito notati universalmente: l’altro è Easy Rider di Hopper, diverso ma simile) al postumo Il grande freddo di Lawrence Kasdan (anno 1983, quindi quasi un doloroso testamento a partita finita). Il Torino Film Festival recupera e rinverdisce memoria e nostalgie della “New Hollywood” (molto anti e spesso off), con la seconda parrte di una lussureggiante retrospettiva inaugurata la scorsa edizione. Di scena non c’è tanto una specifica generazione di giovani cineasti (i “padri fondatori”, gli Altman, i Penn, i Pollack, i Lumet, i Peckinpah avevano cominciato a far da battistrada quasi un decennio prima) e persino il principio di identità/nazionalità non è sufficiente a determinare gli ambiti (in rassegna spiccano anche due ex cineasti della avanguardia europea, come il britannico Karel Reisz e il suo cult I guerrieri dell’inferno, 1978, o il cecoslovacco fuggiasco Milos Forman, con Taking Off, 1973). Piuttosto un “idem sentire” di tante sensibilità autorali all’opera, che mentre rifiutavano i codici formali estetici della negletta e obsoleta Hollywood classica, sposavano valori e suggerimenti delle filosofie libertarie e contestatrici “on the air” nel periodo, non definibili spesso neppure come rappresentanti di un cinema militante in senso stretto o ortodosso. Tutti comunque criticavano l’establishment chiuso e repressivo dell’America, l’ideologia falsamente positiva dell’eroe preferendogli quella più romantica del perdente puro, del marginale, dell’antieroe alla ricerca dell’autentico.
Filone composito e variato, non rinnegò i generi, ma li rinfrescò e spesso li riformò dal basso (come stiamo riscoprendo in questi giorni piemontesi di visioni), dal western (tra cui Ucciderò Willie Kid, 1969, o il delizioso ingiustamente semidimenticato Fango, sudore e polvere da sparo, 1972) all’horror (Duel o Lo squalo di Spielberg o il musical Il fantasma del palcoscenico, 1974), dal noir (Una squillo per l’ispettore Klute, 1971, Organizzazione crimini, 1973, Moses Wine, detective, 1978) al bellico (Vittorie perdute, 1978) preferendo come colonna sonora il rock in tutte le sue declinazioni (e infiamma ancora nella malincionica sua consapevolezza della fine, The Last Waltz, 1978).
Il movimento non durò tantissimo, giusto quanto quasi le speranze di un pubblico globale fatto da gente che credeva la possibilità del cambiamento per una volta possibile. All’esterno, Hollywood (la tentacolare!!!), passato lo sconcerto, stava premendo per riprendere in mano il timone e gli ultimi arrivati in ordine d’età, i talenti del cinema-cinema, Lucas e Spielberg in testa, con i loro successi stellari avrebbero guidato il rompete le righe e il rientro negli argini. Ma qui i 33 titoli in programma, capolavori assoluti, film significativi o maldestri che siano, rivendicano tutto il loro diritto a una diversità persino formale e con la forza del loro entusiasmo, persino con l’ingenuità delle loro pretese, suonano tuttora con credibilità le note di una necessaria (davvero!) radicalità, di pensiero prima ancora che politica. In definitiva: davvero formidabili quegli anni e lo ribadisce anche il volume New Hollywood, a cura della stessa direttrice Emanuela Martini, una raccolta di saggi edita da “Il Castoro” (€ 15,00) a corredo della retrospettiva e molto utile a fissare su carta temi e suggestioni.

Massimo Lastrucci