“GOMORRA – LA SERIE”: LA RECENSIONE DEL TERZO EPISODIO

ATTENZIONE: L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER

Un piccolo capolavoro di scrittura. Chi si occupa di televisione dovrebbe prendere a modello la terza puntata di Gomorra per capire cosa significa realizzare una serie tv. A volte non sono i dialoghi o le scene d’azione a fare la differenza, in alcuni casi bastano le pause, i silenzi ma soprattutto la capacità di lasciare parlare le immagini.

Certo perché tutto funzioni è necessario poter contare su un attore di grande talento proprio come Marco Palvetti, che ci ha regalato un episodio da antologia, tutto incentrato su Salvatore Conte. Ma andiamo per gradi. Dopo la prèmiere focalizzata su Ciro e la seconda puntata a tema Savastano, questa settimana il pubblico ha potuto conoscere più da vicino il glaciale camorrista che è ritornato a Napoli dopo un esilio forzato in Spagna. L’uomo come sempre parla poco, vive di gesti che assomigliano a dei rituali ed è profondamente legato alla madre. Affronta tutto ciò che lo circonda con un distacco epicureo e il suo motto è: «L’omm ca po fa ‘mmen ‘e tutt cos nun ten paur ‘e nient!». Questo mantra lo accompagna ogni giorno insieme ad una sigaretta elettronica, segno evidente che rinunciare a tutto comporta per lui una fatica costante.

Libero dalla presenza dei Savastano, ora Conte è il dominus delle piazze di spaccio in alleanza con Ciro e gli altri camorristi. Lui gestice il traffico di droga e ne decide anche il prezzo: cosa che suscita parecchia insofferenza tra gli affiliati. Salvatore però non ammette interferenze: vuole dominare gli altri così come fa con le sue passioni, anche se l’impresa non è affatto semplice. Il boss sa che l’Immortale ha fame di potere e che è solo questione di tempo prima che gli si rivolti contro. Questo significa che è necessario tenere sempre la guardia alzata. Il fatto che l’alter ego di Palvetti si trovi sotto pressione ci viene mostrato più volte: ad ogni rumore sospetto l’uomo sobbalza temendo l’agguato. Ma essere circondato dai nemici non è la sola questione che lo tormenta. Conte infatti ha una relazione con una giovane transessuale, Nina, intepretata da Alessandra Langella. Il capoclan però non può rivelare la verità, forse perché lui stesso non la accetta fino in fondo. La sua insofferenza si palesa in modo evidente durante la festa del suo compleanno. La ragazza si presenta per cantare ma viene pesantemente insultata da uno degli affiliati. A questo punto, tradendo la sua serafica calma, Salvatore pianta un coltello nella mano dell’uomo che lo ha infastidito: il gesto è a metà tra Tarantino e Il trono di spade.

Espiare le proprie colpe con il dolore fisico però è un rito di purificazione a cui lo stesso Conte si sottopone durante “la processione dei battenti”. Il rapporto tra il camorrista e la religione è proprio uno dei temi fondamentali dell’episodio, che denuncia il paradossale attaccamento alla fede che spesso dimostrano molti criminali. Ecco quindi che Stefano Sollima e gli sceneggiatori fanno luce anche sul ruolo della Chiesa nella realtà di Gomorra. La prima volta accade quando un prete si lamenta della presenza di una piazza di spaccio a ridosso della sua sagrestia. L’uomo chiede al camorrista di intervenire e poi segue i suoi consigli: dovrà organizzare una fiaccolata di protesta. Così Salvatore infastidisce i suoi alleati mentre il parroco viene celebrato in tv come un simbolo dell’antimafia. La questione religiosa poi riaffiora in altri due momenti: quando Conte accetta di fare da padrino al figlio di un affiliato (qui i riferimenti si sprecano) e poi durante la conclusione della puntata. Il boss sa che l’Immortale ha organizzato un agguato per ucciderlo. Sembra arrivato il momento della verità: il capoclan e i suoi uomini si incontrano con Ciro in una Chiesa, al termine di una suggestiva cerimonia religiosa. Il piano è eliminare l’alter ego di Marco D’Amore ma gli uomini di Salvatore hanno fatto il doppio gioco: alla fine è proprio Conte a morire in una pozza di sangue.