Botox – Recensione del film vincitore al Torino Film Festival

La nostra recensione di Botox, il lungometraggio di Kaveh Mazaheri premiato come Miglior Film al Torino Film Festival

Botox, Miglior Film al 38esimo Torino Film Festival (disponibile su MyMovies fino alla mezzanotte del 29 novembre) è un film «inclassificabile», come l’ha definito la giurata Homayra Sellier. Tra le altre cose, è un «thriller familiare», come lo ha definito lo stesso regista Kaveh Mazaheri. Ma è anche, e soprattutto, una commedia, satirica e nerissima. Dove Mazaheri (che con questo primo lungometraggio di finzione vince anche per la sceneggiatura, scritta con Sepinood Najian) porta avanti un discorso sulla donna nell’Iran contemporaneo già intrapreso con film come il pluripremiato corto Retouch (2017). E paiono imparentate con quel film le due sorelle di Botox, la minore Azar (Mahdokht Molahei) e la maggiore Akram (Susan Parvar), impegnate a mettere su uno spaccio clandestino di funghi allucinogeni nella propria abitazione. Ma, soprattutto, a tenere nascosta la verità sulla sparizione del fratello Emad (Soroush Saeidi, anche produttore insieme al regista), che dicono essere partito per un accidentato viaggio alla volta dell’Europa.

Sicuramente uno dei film più originali non solo tra quelli in concorso al TFF, ma anche della recente cinematografia iraniana. La tensione tipica di quest’ultima alla rappresentazione della realtà e delle sue contraddizioni è infatti declinata attraverso una contaminazione di generi dove il nero del delitto, il bianco del paesaggio ghiacciato e l’ironia caustica che percorre entrambi fanno venire in mente anzitutto i Coen di Fargo. Ma, prima ancora, la memoria cinefila può incappare in reminiscenze del classico I diabolici e persino nelle gag di Stanlio e Ollio. Sono perfettamente a metà tra questi ultimi e le due donne assassine del noir di Clouzot le sorelle nemiche-amiche di Botox. Come Laurel e Hardy, infatti, abbiamo una coppia di opposti tra la razionalità della leader Azar e l’ingenuità imprevedibile di Akram, il cui ritardo psichico è la variabile impazzita che potrebbe far decollare, ma anche deragliare, i piani dell’altra.

È allora anzitutto nella riuscita alchimia di coppia che funziona il gioco del film, costruito anche formalmente sulle dialettiche (per esempio nelle musiche di Milad Movahedi, che mescolano sonorità elettroniche e strumenti classici persiani).  Una dialettica perennemente sospesa fra tragedia e sberleffo, logica e paradosso, realtà e squarci onirici (anzi, allucinogeni). Dove però la bilancia pende sempre dalla parte del secondo elemento, quello della surrealtà catastrofica e inconsapevolmente anarchica in cui ci immerge lo straordinario (letteralmente) personaggio di Arkam. È lei, grazie anche alla bravissima Parvar, a rubare la scena, tra fragilità e ribellione. Un personaggio che, racconta il regista, prende ispirazione da una persona realmente esistita («una parente con cui ho vissuto per anni»), a cui, in occasione della premiazione al TFF, ha dedicato il film, aggiungendo di essere «felice che, grazie alla magia del cinema, sia stato possibile vedere e prestare attenzione a una piccola parte del suo affascinante e complesso carattere».

È Arkam la scheggia impazzita di un teatro dell’assurdo di cui l’emblema è proprio il “botox” del titolo, la «tossina che rende il viso eternamente giovane», come la decanta Azar alle clienti del centro estetico dove lavora. E nella finzione “tossica” della sorella minore sta il ritratto impietoso di una società dove la donna sembra divisa tra vecchio patriarcato e un’emancipazione di facciata, artefatta e nuovamente discriminatoria. Dove proprio l’opposta e (non) complementare Arkam, se non apre spazi di (sur)reale alternativa, di sicuro rompe (involontariamente?) gli schemi di vecchie e nuove gerarchie. E, tra delitti e ipotesi di castigo, apre la recita botulinica a nuove, impreviste possibilità.

Voto: ****

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