Mediterraneo, la nascita di Open Arms nel film che poteva andare agli Oscar

Marcel Barrena presenta il suo film alla Festa del Cinema di Roma.

Open Arms - La legge del mare

Nel settembre 2015 la foto del piccolo Aylan (o Alan) fece il giro del mondo, difficile restare impassibili di fronte all’immagine del corpo senza vita del bambino curdo abbandonato dalla marea sulla spiaggia della costa turca. Una immagine che spinse Òscar Camps e Gerard Canals, bagnini professionisti spagnoli, a lasciare Badalona per tentare fare qualcosa là dove serviva, sulle spiagge dell’Isola di Lesbo.

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Questa la premessa di Open Arms – La legge del mare, film diretto da Marcel Barrena (100 metros) e inserito tra i tre titoli in lizza per rappresentare la Spagna agli Oscar 2022 insieme a El buen patrón di Fernando León de Aranoa e Madres paralelas di Pedro Almodóvar. Questa la filosofia che ancora anima la ONG fondata proprio a partire dagli eventi descritti sullo schermo e che viene esplicitamente citata nel titolo italiano (in originale era solo Mediterráneo).

Perché in Grecia i due amici scoprono una realtà sconvolgente: quella delle migliaia di persone che ogni giorno rischiano e perdono la vita cercando di fuggire dalla miseria e le guerre che affliggono i loro Paesi d’origine. Migliaia di storie che Barrena non si sofferma a raccontare, evitando ogni pietismo e distrazione dalla linea narrativa principale. Quella della presa di coscienza e la scelta di responsabilità e impegno compiuta dalla improvvisata squadra di salvataggio.

Il Mediterrano di Open Arms secondo Barrena

Un esempio che lo stesso Camps si augura possa diventare, grazie al cinema, mezzo per sensibilizzare e raggiungere più persone possibile. Anche a costo di mostrare i lati meno cinematografici del proprio carattere, duro e orgoglioso. Perché Mediterráneo, o Open Arms che dir si voglia, segue il personaggio di Eduard Fernández (che lo interpreta) dall’inizio alla fine. Un protagonismo che a tratti rischia di prendere il sopravvento, comunque utile a trattenere lo spettatore e permettergli di empatizzare con l’uomo prima ancora che con la sua missione.

Alla quale è affidata gran parte della drammatizzazione, con evidenti effetti sul resto delle storie che dovrebbero caratterizzare maggiormente le figure in scena, sopraffatte da quella del principale motore dell’azione. Tra i tanti spunti di cronaca o di colore, i conflitti interiori e i dubbi, spicca soprattutto la backstory dedicata al rapporto padre-figlia tra lo stesso Camps e la giovane Esther (la interessantissima e sempre più attiva Anna Castillo).

Open Arms – La legge del mare

Per il resto, più del momento in cui il mondo protetto dei turisti si scontra con la realtà dei migranti o delle prove di umanità da parte dei ‘cattivi’ di turno, insieme e grazie a fotografia e montaggio, a fare la differenza sono le scene di riprese marine. In alcuni casi, persino di massa, come nella rappresentazione finale del più grave naufragio mai avvenuto nell’Egeo. In qualche modo una sorta di stop narrativo, che concede al pubblico l’occasione per tirare le somme e lo prepara alla conclusione. Inevitabilmente aperta e didascalica, ma che nei pannelli che anticipano i titoli di coda torna a ribadire l’importanza di un’organizzazione spesso avversata per ideologismi, ma che ancora oggi mette al centro delle sue operazioni l’obbligo fin troppo dimenticato a prestare soccorso a ogni individuo “trovato in condizioni di pericolo” o del quale si sia “a conoscenza del bisogno di aiuto” sancito dalla Convenzione della Nazioni Unite sui diritti del mare.

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